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Quando trecento giovani animarono la vita di Fucecchio
Negli anni Sessanta dettero vita a una serie di iniziative culturali. Lo scrittore e editore Aldemaro Toni rievoca, in un libro, i cinque anni di attività. La chiusura nel 1969, dopo le liti sul caso-Vietnam
FUCECCHIO. Lo scrittore ed editore Aldemaro Toni, con "Il Poggio, la cultura, gli anni '60 a Fucecchio" (Edizioni dell'Erba, pagg. 158, euro 15), dà una bella scossa ai ricordi. Nello stesso tempo, fa riflettere su un passato vecchio di quasi mezzo secolo e facilita i paragoni con l'oggi. Un gruppo di giovani, poi divenuti centinaia, trasformarono una cittadina, molto presa dallo sviluppo economico, in una protagonista nel campo culturale. Lo fecero dal 1964 al 1969. Alcuni provenivano dal mondo cattolico, altri da quello laico. Esperienze varie, tutte dimostranti, però, una voglia di rompere gli schemi, fino ad abbattere gli steccati, allora ben piantati.
Sì, dette scandalo il loro modo di fare cultura, perché nasceva dalla smania di sapere, e andava oltre i luoghi comuni, voluti dalla non cultura e dalla sottocultura, impegnate a che nulla cambiasse. Arrivarono Raniero La Valle, padre Ernesto Balducci, Mario Gozzini, don Giancarlo Ruggini, l'attrice Paola Borboni, Enzo Fabiani, Carlo Betocchi, Mario Caciagli, Aristodemo Viviani, Piero Bargellini, l'editore Enrico Vallecchi, padre Enrico Gori, e politici, storici, teologi, critici, artisti, cantanti d'opera, poeti stranieri.
Non trascurarono niente, gli aderenti al Poggio, inseriti nella realtà, nell'attualità. «Dette vita - scrive Aldemaro Toni nell'introduzione - a mostre di importanti pittori ma anche a rassegne locali. Organizzò concerti, recital teatrali, dibattiti, corsi di storia, presentazione di libri, gite, visite a musei; e tanti e tanti furono - presso la sede di palazzo Nelli - gli incontri con personalità, soprattutto dell'ambiente artistico, culturale, sociale e politico fiorentino (…) All'insegna del dialogo, aperto a tutti, con i suoi quasi trecento soci, svolse (…) un servizio decisamente rilevante per tutta una vasta zona: il medio Valdarno della provincia di Firenze, a confine con quella di Pisa».
I ricordi, dicevo. Toni comincia dal primo passo: quando andarono dal maestro Francesco Guerrazzi, musicista schivo, di Santa Croce sull'Arno, per convincerlo "a tenere serate di introduzione alla musica classica". Sulle prime, risponde di no, che non si sente. Poi, sollecitato, finisce per accettare. Parte dal facile. Comincia con il "Bolero" di Ravel. Musica classica, con invito esteso ai giovani, anche a quelli che andavano alla "Lupa","una tavernetta dov'era un juke box e dove anche si poteva ballare. Si trovava sotto l'Albergo Roma e il ristorante Nerone". Edificio, alla Ferruzza, ora sede della filiale della Cassa di Risparmio di San Miniato.
Fucecchio, allora, risentiva dell'onda benefica del boom economico italiano. "Arrivavano buyers americani, compratori anche di altri paesi… ai borsettifici, ai calzifici, alle fabbriche di scarpe. I sindacati si erano dati da fare per difendere i diritti. Piano piano qualcosa (anche per gli aspetti previdenziali) andava meglio per il lavoro. (…) Molta gente era arrivata dal sud e da paesi dell'entroterra senese. Operai, muratori. L'intera famiglia occupata. Le giovanissime (meridionali e non) a fare le apprendiste".
Toni non trascura il prima del Poggio, meglio: da dove prese il via l'idea. Prove giornalistiche giovanili. Raccolte di poesie. Approccio con un teatro diverso, per esempio, da "Come le foglie" di Giuseppe Giacosa, tutta colpa della scuola, che era statica. "Un soffio di aria nuova l'aveva portato (…) il Dramma Popolare di San Miniato. Bastava vedere i manifesti con riprodotte le xilografie di Pietro Parigi! Quel modo schietto, essenziale… una vera 'poesia ai muri' che era un richiamo". Impegni, tutti, portati avanti nel ricordo del gruppo ch aveva avuto, tra i protagonisti, lo scrittore Giangiacomo Micheletti, morto a ventitré anni, nel 1945, e del pittore Dedalo Montali, con atelier in piazza dei Caduti (piazza Vittorio Veneto).
Il Poggio nasce ufficialmente il 17 gennaio 1964. "Questo gruppo di appassionati della cultura ha dovuto constatare come sia fino ad ora insoddisfatta in Fucecchio l'esigenza di tutti coloro che intendono impiegare il proprio tempo libero in modo da ampliare le proprie conoscenze e soddisfare le giuste aspirazioni ad una elevazione della propria personalità, attraverso l'arte e la cultura".
Nacquero subito iniziative e subito diventò difficile la permanenza nel circolo. Per questo, divenne urgente la ricerca di una sede. Andate a monte alcune trattative, il gruppo si ritrovò in un locale angusto, ex negozio, sempre in corso Matteotti. Poi arrivò la sede definitiva in via Nelli, con locali ampi, uno buono per le iniziative. Inaugurazione il 4 giugno 1965.
Un gruppo così eterogeneo non poteva non risentire dei fermenti di mezzo mondo. Primi sintomi della crisi si hanno, nel 1967, con la guerra nel Vietnam. Il gruppo "tarda a recepire la nuova domanda che reclama analisi, interventi, prese di posizione". Non sono pochi quelli che si dimettono. E, non a caso, quasi tutti si ritroveranno nel "Gruppo giovani di sinistra", "che fa analisi sociali e prende posizione sui problemi concreti".
E viene il 1968. "Il Poggio ha scelto la via del dibattito, di un rapporto più ravvicinato con la realtà sociale; ha perso giovani dichiaratamente orientati a sinistra; rimane un nucleo originale, con elementi nuovi che però non danno apporti rilevanti".
I rimasti cercano aiuti, "soprattutto idee, e si rendono conto ancora di più che la crisi del Poggio - per usare un termine di antropologia culturale - non è di 'funzionamento' ma di funzionalità'". La formula, in sostanza, non funziona più, "non risponde cioè alle esigenze di una mutata situazione che reclama l'impegno omogeneo di gruppo". In pratica, la cultura deve scendere in campo, "con tutte le sue energie". Con i suoi furori. E deve sporcarsi le mani. Il Poggio che può fare? Nato per sparigliare e lanciare sassi nella "morta gora", cerca di tenersi a galla, organizzando una serie di incontri sui problemi e le tensioni nella chiesa contemporanea. Una bella iniziativa che, però, serve soltanto a rimandare, di poco, la fine. Che diventa inevitabile nei primi mesi del 1969. Non pochi si buttano sul cineforum (rinato dopo l'esperienza del 1963), animatore principale Ferdinando Biondi.
Rileva, Toni: "Cultura, politica, religione, nella visione di alcuni, si fondono, sembrano rispondere a un'intuizione creativa che richiede impegno e lotta ma promette risultati. Altre strategie appaiono anacronistiche, lente ed esposte, come si diceva allora, a integrazioni nel sistema dato".
Poi arriveranno anni terribili, dominati dalla "strategia della tensione". E il Poggio, per molti, rimarrà esperienza indimenticabile.
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