Il Tirreno

Empoli

Speleologi-pionieri che scoprirono grotte inaccessibili

di Alessandro Marmugi

Dopo quasi 40 anni si sono ritrovati i fondatori del G.s.e. Furono loro ad aprire la “Buca del serpente” a Stazzema

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EMPOLI. Forse non tutti sanno che negli anni Settanta la piccola Empoli ha avuto un gruppo speleologico. E forse non tutti sanno che questo gruppo, ha compiuto imprese straordinarie, che hanno avuto un grande risalto, avventure rischiose e allo stesso tempo emozionanti ancora oggi rimaste impresse su tutti i libri di speleologia. Tra tutte, la scoperta della “Buca del serpente”, un ‘importante via d’accesso all’Antro del Corchia (che si trova nel comune di Stazzema), che negli anni ha permesso di rendere la grotta visitabile anche ai turisti, e sempre nel Corchia una spedizione durata ben 11 giorni, della quale ricorre proprio in questo periodo il quarantesimo anniversario. Nico Paladini, Enzo Mulè e Francesco Mantelli tre protagonisti di questa storia sono venuti a raccontarcela. Per chi non lo sapesse gli speleologi sono coloro che esplorano le grotte, che si calano in cunicoli stretti, per andare a scoprire le zone più remote della terra. Fu proprio questa passione a spingere un gruppo di ragazzi che abitavano nell’Empolese nel 1969, a formare il G.s.e. (poi diventato L.a.s.e). «Il gruppo nacque un po’ per caso – racconta Nico Paladini – Giancarlo Sani venne in possesso di un libro sulle grotte preistoriche nel savonese e così per cercare qualche reperto archeologico decidemmo di andare ad esplorarle. Da li abbiamo iniziato la nostra attività, la speleologia a quei tempi era molto pionieristica c’erano gruppi molto più organizzati di noi, che ci osteggiavano anche un po’,ma noi ci facevamo valere. All’inizio il gruppo era formato da una decina di persone ci ritrovavamo in via Spartaco Lavagnini, tutti appassionati di montagna il fine settimana ci piaceva andare a vedere l’alba sulle Apuane». E fare gli speleologi rispetto ad oggi era molto più difficile.« Non sapevamo dove allenarci - racconta Enzo Mulè - ci calavamo con le scalette sul ponte dell’Arno a Montelupo la sera dopo cena. Una volta ci hanno fermato i carabinieri incuriositi da quello che stavamo facendo. Inoltre non c’erano le attrezzature di oggi tutto era molto artigianale». Nel 1971 a soli due anni dalla nascita il gruppo compie un’impresa importantissima. Rende transitabile nell’Antro del Corchia la Buca del serpente. «Il nostro merito - racconta Paladini - è stata di riuscire a trovarla per primi magari anche con un pizzico di fortuna . Dopo una prima esplorazione notammo una fessura che secondo noi poteva condurre in un ramo importante della grotta, e dopo varie esplorazioni riuscimmo a scendere un pozzo di 18 metri ribattezzato poi pozzo Empoli. Da li ci accorgemmo che il disegno del pozzo si congiungeva con la galleria Franosa, quella che oggi è l’inizio del percorso turistico». Una scoperta fenomenale, che suscitò l’invidia dei gruppi più blasonati, tanto che durante un congresso di speleologia a Pietrasanta col consenso del sindaco di Stazzema si decise di farla brillare e chiuderla. «Ma noi ci opponemmo – racconta Mantelli – e il giorno in cui doveva essere minata, ci infilammo nella grotta , mettendo il cartello “spedizione in corso” e riuscimmo a impedire che la chiudessero». Poi due anni dopo da un'altra grande impresa, la spedizione denominata vulcano “1973”. «Proprio quarant’anni fa, rimanemmo 11 giorni nel Corchia per fare dei prelievi per conto della Specola - racconta Paladini - la spedizione più lunga di sempre all’interno della grotta. Fu davvero incredibile, perdemmo il senso del tempo, le giornate duravano trenta ore».

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