Il Tirreno

Empoli

L’orgoglio di Boldrini primo re insuese: «Noi siamo la storia»

di Marco Sabia
L’orgoglio di Boldrini primo re insuese: «Noi siamo la storia»

Il padre fondatore rossoverde rivive la rinascita di Palazzo «E che emozione quel giro di pista per il trionfo di Bucefalo»

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FUCECCHIO. Lo intervisti e finisce per commuoversi, ricordare certi momenti per lui fa scendere quasi una lacrima. La voce s'incrina mentre racconta gli anni passati in contrada: Amedeo Boldrini, primo presidente della Nobile Contrada Sant'Andrea, conosciuto dal popolo insuese come "tarpina". Un soprannome ereditato dal padre, anche lui barbiere che, per rincorrere un fringuello scappatogli, non aveva esitato a entrare in una fogna per recuperarlo.

«All'inizio - parte a raccontare - la Sant'Andrea era un gruppo d'amici che stavano quassù, gli insuesi insomma. Il mio primo obiettivo è sempre stato far rivivere la storia che trasuda da questi luoghi. Facevamo ogni anno rievocazioni storiche, fummo i primi coi costumi storici, con le bandiere e con i tamburi. Per me la contrada doveva rappresentare la storia di Fucecchio Alto».

Appena creata la contrada, bisognava pensare a recuperare il Palazzo della Volta o, come preferiscono chiamarlo gli insuesi, il Palazzo del Gattino. Qui Boldrini apre il libro dei ricordi: «Le condizioni della struttura erano pessime. Come dissi all'epoca ci volevano cinquecento matti e un miliardo di lire. Grazie all'intervento di Indro Montanelli e di Piero Malvolti portammo a termine i lavori di ristrutturazione. Lavoravamo per la contrada e perché noi insuesi siamo innamorati del nostro territorio. Essere un insuese è una cosa diversa. Chi ha vissuto qui non potrà mai dimenticarselo».

Con gli ingiuesi è sempre stata lotta continua, dalle sassaiole in gioventù fino alle diatribe legate al cencio: «Noi eravamo la cosiddetta aristocrazia, giù facevano i lavori manuali. Anche prima del Palio c'era il cosiddetto Palio calcistico e pure lì c'erano delle battaglie incredibili. Si parla di caratteri differenti, di modi di fare differenti con gli ingiuesi. Facemmo - continua - anche una partita di scacchi viventi con Porta Bernarda. Noi rappresentavamo i Della Volta, loro i Simonetti. Vincemmo noi».

Poi arrivò la prima vittoria, nel 1987 con Bucefalo, quando ormai stava per essere buio. E qui Boldrini si commuove, ricordando attimi d'un Palio che forse non c'è più: «Di quel giorno - precisa - mi ricordo soltanto un momento. Eravamo io, il mio amico Pillitteri, mia figlia e una sua cugina. Prendemmo il cencio dal palco e facemmo il giro della pista. Era una vita diversa».

Col tempo il discorso si sposta sul rapporto con Indro Montanelli, l'insuese più celebre: «Quando vide cos'era diventato il Palazzo della Volta rimase molto colpito. Una volta lo andai a trovare anche nella sua casa di Cortina, mi riconobbe e mi fece entrare, nonostante non avessi l'invito. Mi mandava Piero Malvolti, questo bastava». Alla fine si torna sulla vita di contrada, su quei momenti che non si scordano mai: «La mia soddisfazione - continua - è stata aver fatto una contrada. Siamo partiti da zero. Passavamo le nottate a cucire le bandiere, eravamo veramente appassionati. Nonostante alcuni problemi di salute, continuo a venire in contrada e a lavorare per quanto possibile. Mio figlio mi rimprovera per questo ma io non ci posso fare niente. La mia vita è la contrada».

Questa è la storia di un pezzo di Sant'Andrea, quel gruppo di persone che partì da zero con un palazzo pericolante e lo ha trasformato in una splendida realtà. Tra loro c'era anche Amedeo Boldrini detto Tarpina, una vita trascorsa in contrada e così tanti ricordi da scriverci un libro. Anzi un'enciclopedia del Palio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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