Il Tirreno

Empoli

La mamma coraggio che ha sconfitto la paura del futuro

di Francesco Turchi
La mamma coraggio che ha sconfitto la paura del futuro

Compie cent’anni Alaide Coppini che insieme al marito donò la sua casa per farla diventare un centro per i disabili

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EMPOLI. Dalla parte degli ultimi. Per un secolo. Con i fatti concreti. Una mamma coraggio capace di raccogliere la sfida lanciata dal destino, che le ha fatto mettere al mondo una figlia disabile. Alaide Coppini ha trovato la forza per diventare un esempio. Donando la sua casa – insieme al marito Galeno Arrighi – per farla diventare un centro per disabili. Per sua figlia e per quelle degli altri, vincendo la battaglia che è chiamato combattere qualsiasi genitore di un disabile: sconfiggere la paura del futuro, garantire un tetto “a vita” al proprio figlio. Domani Alaide compie cent’anni.

Donna simbolo. Sua figlia Carla è deceduta il 7 febbraio 2010. Da quel giorno “mamma coraggio” ha smesso di combattere. Ma nella sua vita ha insegnato a tanta gente a rispondere con l’amore alla sofferenza. Ha dato un esempio di altruismo a una città intera: quando preparava il corredo per sua figlia ha sempre fatto "quattro mucchietti" di coperte, lenzuola, e biancheria, quando doveva mandare la sua bambina in vacanza ha sempre trovato il modo di mandarne anche altri, quando ha combattuto le sue battaglie per l’Associazione italiana per l'assistenza agli spastici di Empoli le ha portate avanti per tutti.

Il sentiero. «Dal suo gesto di donazione sono nate a Empoli associazioni come “Noi da grandi” e “Dopo di noi”, che si occupano di assistenza ai disabili. Ecco perché è giusto farle gli auguri pubblicamente, ricordare la storia di questa piccola-grande donna». Parola di Grazia Becarelli, di Sovigliana, membro dell’associazione Porte aperte onlus e già volontaria di Casa Arrighi, la struttura di via Meucci a Ponzano nata proprio grazie all’iniziativa di Alaide e Galeno. Ha conosciuto Carla e la mamma trentadue anni fa, alla stazione di Empoli, in attesa di partire per un pellegrinaggio a Lourdes. Grazia, ventenne, ha la divisa dell’Unitalsi (associazione che organizza i viaggi dei disabili a i santuari). E la sua mamma viene rimproverata da Alaide per aver permesso a «una ragazzetta di andare a fare un servizio così pesante e delicato». Grazia risponde seccata: «Ma ho ben vent’anni». Alaide sorride. Ed è allora che nasce un’amicizia straordinaria.

L’insegnamento. «A me – racconta la volontaria –ha fatto conoscere l'aspetto più vero, sincero e concreto della vita, quello che ti fa battere il cuore forte per l'emozione di un sorriso, di una lacrima che scende lungo il volto di chi non può comunicare diversamente, ho fatto un pieno di energia che mi fa stare oggi nelle "trincee" più buie, ha insegnato ai miei figli a stare dalla parte degli ultimi e dei "diversi"».

La storia. Alaide è nata il 22 novembre 1912. Trascorre la sua giovinezza a Virle-Sant’Amato, nel comune di Vinci. Sposa Galeno Arrighi, arrotino a Empoli, che parte per la guerra e torna dopo sette anni. La loro figlia nasce con problematiche irreversibili di salute. I genitori vanno in cerca delle migliori cure e di professori più bravi, non badano a spese, lavorano duro, per cercare ogni novità chirurgica che avrebbe potuto assicurare al loro angelo la migliore qualità di vita possibile per una ragazza cerebrolesa. La loro Carla ama la vita e la gente, ha un’intelligenza vivacissima, ama stare in compagnia. E infatti Alaide aveva sempre la casa piena di musica, ragazzi, giochi.

Batoste. Sprazzi di serenità, ma anche amarezze e delusioni: «Si sentiva sconfitta quando mi confidò del primo innamoramento (purtroppo senza futuro) di sua figlia». Grazia era molto amica di Carla: «Il mio gioco preferito con lei, quando si andava fuori tra la gente era sfidare con il sorriso deciso, gli sguardi indiscreti di chi ci guardava timidamente e lei, sempre da gran signora, ci raccomandava di non "scomporci" troppo».

La scelta. Ma Alaide, battagliera instancabile, ha un pensiero fisso: assicurare un futuro alla sua bambina e ad altri ragazzi con le stesse difficoltà, quando i genitori, ormai vecchi, non avrebbero più potuto assisterli. Una notte, all’inizio degli anni Novanta, Alaide si sveglia di colpo con un’idea: «Eravamo a Viareggio – confidò anni dopo –. La mattina dopo la raccontai a mio marito e fu subito d’accordo». I due coniugi decidono di donare la loro casa di via Meucci al Comune affinché vi fosse realizzata una casa famiglia in grado di ospitare la loro figlia Carla e altri disabili. Il cammino è tutt’altro che agevole, con gli Arrighi che scrivono anche al presidente della Repubblica e ai ministri della sanità per accelerare l’iter. Finalmente la donazione diventa effettiva, il Comune realizza i lavori e l’8 settembre 1997 la struttura apre i battenti. Ospita quattro donne tra i 27 e i 52 anni, compresa Carla, seguite dagli operatori della cooperativa Di Vittorio, incaricati dall’Asl. «Oggi – disse in quel giorno di gioia Alaide – posso veder realizzato il mio più grande sogno, per il bene non solo di mia figlia, ma di altri disabili».

Il presente. Ora Alaide vive al primo piano di via Meucci 53, sopra alla casa famiglia, che è vuota: «È doveroso – sottolinea Becarelli – adesso riaccendere su Alaide e chi la sta accudendo con amore e sacrificio (la badante Mimì) quei riflettori affievoliti da un po' di tempo. È doveroso che nella gestione della sua persona di oggi si tenga conto della donna di ieri, tutelando tutti assieme adesso (istituzioni, volontari, amici, amministratori) quel testamento spirituale, contenuto in una preghiera di Madre Teresa di Calcutta, che Alaide non è più capace di raccontare. Se qualcuno ha da ringraziare siamo noi e la comunità empolese, che ha ricevuto alla grande da Alaide. “Se il seme non muore non produce frutto”. Lei ha saputo "morire" trasformandosi in dono e amore puro».

@franturchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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