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Monache licenziose in Sant’Andrea
Nel ’500 Isabella de’ Carnesecchi processata per una relazione
FUCECCHIO. Molte giovani donne prendevano i voti più per costrizione, da parte delle famiglie, che per vocazione. Sicché il convento, per loro, diventava una sorta di carcere e, per giunta, nido di vipere. Con conseguenze anche clamorose. Non si sottrasse a questa sorte nemmeno il monastero di Sant’Andrea, posto accanto alla chiesa omonima, in cima al colle, lì dove da tempo sono ospedale e piazza.
Nato nel Trecento, viene demolito, ormai ridotto a rudere come la chiesa, nell’Ottocento. Ma, andando per archivi, se ne trovano di belle sulla sua storia, come fece a suo tempo il rimpianto Coriolano Mandoli, per scrivere “Vita licenziosa delle monache dei monasteri di Sant’Andrea di Fucecchio e di Santa Cristiana di Santa Croce sull’Arno”, pubblicato nel 1999 da Edizioni dell’Erba-Nuova Provincia Editrice. Il monastero di Sant’Andrea - in indagini, proteste e processi - si becca del licenzioso, perché i comportamenti delle sue inquiline (clarisse) sono “vitiosi et abominevoli”. E non c’è ombra di pentimento in loro. Tanto è vero che vengono classificate incorreggibili.
Nell’ottobre 1551, per esempio, una di loro va sotto processo. E’ Isabella de’ Carnesecchi di Fucecchio. Ha una relazione con Mariotto di Pietro, perugino, abitante a Fucecchio. Dapprima sono scambi di bigliettini, recapitati da una “servigiale” . Poi, alla fine di maggio, l’incontro tra i due, nell’orto, a notte fonda. Lui, alle tre, scavalca il muro. Lei lo sta aspettando. Stanno insieme fino alle sette, “carnalmente”. Sotto gli occhi delle altre monache. Che non tacciono. (r.c.)
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