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Nuova tassa per tremila aziende
Francesco Turchi
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Il responsabile della Confederazione italiana agricoltori dellEmpolese Valdelsa Sandro Piccini, pronto a guidare la protesta contro la Manovra e a destra la protesta di un coltivatore Spunta l'Imu anche sui fabbricati agricoli: stangata fino a 4mila euro l'anno
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EMPOLI. Qualcuno, con ironia mista ad amarezza, l'ha già ribattezzata la "tassa sulla stalla". Nel mirino l'Imu sui fabbricati agricoli, introdotta dalla manovra Monti, che tiene col fiato sospeso tremila aziende nel circondario dell'Empolese Valdelsa. In sintesi. Finora i fabbricati accatastati come A6 (casa rurale) o D10 (fabbricati per funzioni produttive connesse alle attività agricole) non pagavano l'Imposta comunale sugli immobili. Cosa cambia. La stangata è stata introdotta dall'articolo 13 del decreto Salva-Italia, dedicato all'Imposta municipale unica: «L'aliquota è ridotta allo 0,2 per cento per i fabbricati rurali ad uso strumentale. I Comuni possono ridurre la suddetta aliquota fino allo 0,1%». Le conseguenze. «Devastanti». Sandro Piccini è il responsabile della Cia (Confederazione italiana agricoltori) per l'Empolese Valdelsa. Con una parola fotografa l'esito delle simulazioni che ha fatto per capire quanto peserà l'Imu nei bilanci delle tremila aziende agricole del circondario: «Prendiamo come esempio una piccola azienda agricola, che ha un fabbricato di modeste dimensioni accatastato nella categoria D/10. Dovrà sborsare 5-600 euro l'anno d'imposta. Questo significa non tenere conto degli spazi e dei suoi valori. È evidente che nel nostro settore i fabbricati sono per necessità molto grandi, ma non si può paragonarli a una bottega artigiana o a un negozio». Altri esempi. Per il momento si tratta di simulazioni, questo è vero. Per fare i conti precisi bisognerà aspettare l'approvazione definitiva della manovra e successivamente il comportamento dei Comuni che, come detto, potranno abbattere l'aliquota. Ma nel frattempo anche Coldiretti ha fatto i suoi primi calcoli. Per un fabbricato di categoria D/10 ad uso stalla di superficie di 480 metri quadrati con rendita di 3.800 euro, l'imposta si calcola moltiplicando la rendita per il 5% di rivalutazione. Fanno 3.990 euro che vanno moltiplicati per 60 (coefficiente moltiplicatore dei fabbricati del gruppo D), per un totale di 239.400 euro che va a sua volta moltiplicato per 0,2% (aliquota ridotta). Ne derivano 478,80 euro arrotondati a 479 euro. In caso l'aliquota venga ulteriormente ridotta dal Comune allo 0,1%, il calcolo sarà di 239.400 x 0,1, per un totale di 239 euro. Per una casa di abitazione principale "rurale" di tipo A/3 con rendita catastale di euro 680 euro si moltiplica la rendita per il 5% di rivalutazione rendita, per 160 (coefficiente moltiplicatore) e per 0,4% (aliquota ridotta). Fanno 456,96 euro, a cui vanno sottratti i 200 euro di riduzione per le abitazioni principali. In tutto si verranno a pagare 256,96 euro. Agriturismo ko. Secondo le stime di Agriturist (l'associaziona nazionale promossa da Confagricoltura), la manovra Monti, attraverso la tassazione degli edifici rurali, taglierà il 15% dei redditi dell'agriturismo. Una stima condivisa da Sandro Piccini: «Ci sono aziende agrituristiche nel circondario che arriveranno a pagare 3-4mila euro di Imu. E questo salasso andrà ad aggiungersi alla tassa di soggiorno (che scatterà dal 1º gennaio 2012, ndr) e a tutti gli altri rincari contenuti nella Manovra e che rischiano di mettere ko il settore agricolo». La mobilitazione. Le associazioni di categoria sono pronte alle barricate: «Dobbiamo attendere l'approvazione definitiva della manovra - sottolinea Piccini - per analizzarla a fondo. Ma è chiaro che se tutto questo sarà confermato, siamo pronti a una mobilitazione unitaria con le altre associazioni per salvaguardare il futuro delle aziende agricole». La beffa. E pensare che finora c'era la corsa ad accatastare gli immobili in A/6 e D/10, proprio per evitare di pagare l'Ici. Con varie pronunce, negli ultimi anni la Cassazione ha infatti puntualizzato che l'Ici va pagata su tutti gli edifici non accatastati come A6 e D10. Che si tratti di una cantina, di una porcilaia o di un ovile. Quello che fa la differenza, non è l'utilizzo che ne viene fatto, ma la categoria in cui è stato accatastato l'immobile: se è A6 o D10 non si paga. Altrimenti sì. Quindi era scattata la corsa dei coltivatori all'Agenzia del territorio per chiedere il cambio di accatastamento di certi annessi, con efficacia retroattiva. Anche perché il Comune di Vinci intanto aveva spedito gli avvisi con la richiesta di pagamento dell'Ici degli ultimi cinque anni. E altri enti - per non provocare un danno erariale - erano pronti a seguire l'esempio di Parrini. Ma i coltivatori che si erano mossi per non pagare l'Ici ora dovrà sborsare l'Imu.
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