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Permessi di soggiorno in affitto
Paolo Nencioni
Da Empoli a Prato 15.000 euro per un'identità
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EMPOLI. L'illegalità è sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole, a patto di saper leggere le scritte tracciate con gli ideogrammi sui muri di Chinatown a Prato. Quasi nessuno che non sia cinese lo fa, e invece sarebbe un esercizio utile per molti, a partire dalle forze dell'ordine e dalla Procura. Tra via Pistoiese e via Filzi si possono trovare tassisti abusivi, impieghi a nero, massaggi che poi non sono solo massaggi, sedicenti ginecologi ma soprattutto permessi di soggiorno "in affitto". Proprio così. Lo ha scoperto vedoprato.it, il nuovo sito di immagini e notizie che ieri pomeriggio ha mandato in rete un servizio sui permessi di soggiorno che possono essere presi a noleggio come le auto o le biciclette. Lo spunto iniziale è il muro nella piazzetta davanti alla filiale Unicredit di via Pistoiese. Da sempre è questa la "bacheca" della comunità cinese. Già cancellate su disposizione del Comune, le scritte sono ricomparse e pubblicizzano di tutto. Una collaboratrice cinese di vedoprato.it si è concentrata su una scritta in particolare, «Affittasi permesso di soggiorno», seguita da un numero di cellulare che inizia col 377. Fingendosi interessata all'acquisto del "servizio" la collaboratrice ha contattato il numero e ha intavolato una trattativa con la titolare del permesso, una sua connazionale residente a Empoli. Poche frasi e si arriva al dunque. L'interlocutrice spiega che il permesso è valido quattro anni e scade a dicembre 2012. La falsa cliente sarebbe interessata a prenderlo per un anno, offre 8.000 euro, ne pagherà 5.000 subito e il resto tra qualche mese. L'altra rilancia, è disposta a darlo per due anni a 15.000 euro, si offre per cederlo a titolo definitivo ed è disponibile a lavorare a nero per l'acquirente. In alternativa, così su due piedi, non ha problemi a tornare in Cina. Le farebbe anche comodo, coi soldi incassati pagherebbe il mutuo di una casa e la sua identità verrebbe "ereditata" dalla cliente. Così vanno le cose a Chinatown, e il fondato sospetto è che finora le autorità italiane siano riuscite solo a scalfire la corazza impenetrabile di una comunità nella quale i veri affari si fanno all'interno, dove ci si intende nella propria lingua, senza curarsi troppo di quello che accade nel resto del mondo.
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