«Le nostre vite spezzate dalla follia omicida degli anni di piombo»
Filippo Cioni
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EMPOLI. Hanno voluto chiamarli gli "altri anni di piombo". Quelli in cui la violenza è passata e di essa è rimasto il dolore che si fonde al ricordo. Ricordo di padri che credevano nella democrazia e sono stati uccisi dal terrorismo: Aldo Moro, Lando Conti, Leonardo Falco. Ieri mattina, davanti a 450 studenti delle scuole superiori empolesi, i familiari di queste indimenticate vittime della guerra allo Stato - Agnese Moro, Lorenzo Conti, Anna e Gabriella Falco - hanno raccontato un'altra storia. Non quella degli anni di piombo in se stessi, dei perché e dei come sia nato quel periodo di violenza in Italia. Piuttosto la storia più intima e personale di cosa quegli anni hanno prodotto in loro: sofferenza, solitudine, vuoto accanto. L'incontro-dibattito con gli studenti si è svolto nei locali del cinema La Perla di Empoli dove sono intervenuti anche il sindaco Luciana Cappelli, il presidente dell'associazione nazionale polizia di Stato sezione "Falco e Ceravolo" Danilo Di Stefano, il presidente dell'associazione Avviso Pubblico e sindaco di Certaldo Andrea Campinoti. Sono state le sorelle Anna e Gabriella Falco a raccontare per prime i loro "altri anni di piombo". Il ricordo è partito proprio da Empoli, dal quel 24 gennaio del 1975 quando il padre, l'agente di polizia Leonardo Falco, veniva ucciso col collega Giovanni Ceravolo dal terrorista nero Mario Tuti (un terzo poliziotto, Arturo Rocca, rimase ferito gravemente). Anna e Gabriella, trentasei anni dopo la perdita del padre, si sono affidate ad una lettera. «Sentiamo il dovere di ringraziare questa città che mai ha dimenticato - hanno esordito - ricordiamo tutto molto bene di quel giorno che fu triste per noi e per una città tranquilla come Empoli. La morte di un padre - hanno scritto - segna un solco profondo ma non abbiamo mai desiderato una vendetta personale. Crediamo che fare giustizia spetti alle istituzioni, spetti allo Stato cercare la verità. Nostro padre un eroe? No, lo abbiamo sempre considerato una persona come tante che fanno il proprio dovere». Preciso il messaggio ai giovani: «Ricordate che le idee e i convincimenti si portano avanti con la democrazia, non con il terrorismo». Toccante anche il ricordo successivo. Quello di Lorenzo Conti, figlio del sindaco di Firenze Lando Conti ucciso dalle brigate rosse il 10 febbraio del 1986. Lorenzo aveva 20 anni, «ero un ragazzo che si divertiva come tutti a quell'età». Dalla folta platea nemmeno un sospiro quando Conti ha iniziato a ripercorrere ogni momento di quel tragico giorno. La telefonata che lo avvisa che è successo qualcosa di grave, la corsa nel traffico che vicino a casa si blocca inspiegabilmente. È un agente a dirgli che quella strada è transennata perché hanno ucciso il sindaco Lando Conti, hanno ucciso suo padre. «Fu un colpo mortale - ha raccontato - decisi di andare a vedere subito la macchina dove si trovava. C'erano vetri e sangue e lui, mio padre, in quel momento mi apparve come un uomo solo. Un uomo crivellato di colpi. Mi fermai con lui per un po', gli parlavo, ricordavo i momenti più intimi vissuti insieme e gli sussurravo di tornare con me. Fu un capitano dei carabinieri ad allontanarmi dal corpo capendo il mio dramma. Mi disse: lascia che tua padre faccia il suo percorso». Conti ha toccato poi il tema del perdono. «Una parola importante che presuppone un percorso. Deve venire dal pentimento e dalla penitenza: il primo sinceramente non l'ho mai visto in chi ha ucciso mio padre e non mi sembra che molti terrosti stiano scontando le loro pene in carcere». Anche Conti ha chiuso con un messaggio ai giovani. «Oggi il mondo è duro per tutti noi, ricordatevi però che contano i valori e per questo vanno difesi. Mio padre lo ha fatto anche a scapito della sua vita». «Gli anni di piombo sono stati una tragedia italiana - ha esordito Agnese Moro, figlia dell'onorevole Aldo Moro ucciso dalle brigate rosse dopo 55 giorni di prigionia il 9 maggio del 1978 - è un passato che in realtà non passa perché ancora molte cose di quel periodo non sono state chiarite». Poi il ricordo del padre. «Amava ripetere che la democrazia come la vita giusta dipende da noi stessi. E lui era uomo giusto, dalla grande moralità, votato alla giustizia, dalla parte del popolo, della gente comune e da questa amato più che dai poteri forti». La signora Agnese ha ricordato poi il rapimento dell'onorevole avvenuto il 16 marzo 1978, i nomi dei membri della scorta uccisa in via Fani (accompagnati da un lungo applauso), i giorni di prigionia del padre. «Attorno a questa vicenda - ha concluso - restano purtroppo ancora dei punti oscuri e delle ferite aperte. Tutti quanti dobbiamo prenderci un pezzo di questa storia per non dimenticare. Ai giovani però dico di credere nelle istituzioni perché abbiamo solo queste per difenderci. Impariamo semmai a criticare chi le vive in maniera del tutto sbagliata». A chiudere l'incontro di ieri anche le riflessioni del sindaco di Empoli Luciana Cappelli che ha ricordato come attraverso il ricordo dei familiari delle vittime si aiutano i giovani a capire certi avvenimenti della nostra storia e a diventare uomini migliori. Per Danilo Di Stefano è importante spiegare ai giovani che «il cambiamento sociale e politico ci può essere ma va cercato attraverso il rispetto delle regole democratiche e non come facevano i terroristi che perseguivano la strada della violenza per modificare le regole di uno Stato che combattevano». Sulla stessa riga Andrea Campinoti. «Non c'è ragione che giustifichi la violenza di un cittadino su un altro, non c'è fine che tenga e questo è il messaggio che dobbiamo fare capire ai giovani. Il principio di base è che le idee si diffondono sempre rispettando le regole democratiche, non scegliendo altre strade. Ricordare le vittime del terrorismo è importante perché la memoria si trasformi in impegno sociale. Il terrorismo si combatte uniti».
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