Il titolare della Cis racconta la sua battaglia contro il male che lo ha colpito due anni fa
Più forte del tumore incurabile
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Lospedale San Giuseppe e più a sinistra Pietro Ciampolini Ciampolini: mi davano pochi mesi di vita, adesso mi chiamano Lazzaro
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EMPOLI Lo avevano dato per spacciato. Sembrava che la rarissima forma di tumore che ha colpito due anni fa l'imprenditore empolese Pietro Ciampolini fosse destinata a risolversi nel più tragico dei modi ma la cura sperimentale messa a punto da un oncologo empolese e dall'Istituto nazionale tumori di Milano, non solo gli ha fatto superare le aspettative di vita annunciate, ma gli ha consentito di guardare al futuro con fiducia perché il tumore sta regredendo. Il tumore che lo ha colpito nel 2008 alla parotide si era esteso fino al cervello e ai polmoni ma adesso, grazie alla cura messa a punto da Laura Locati dell'Istituto nazionale tumori di Milano e dal primario di oncologia dell'ospedale di Empoli Giammaria Fiorentini, in queste aree non c'è più traccia del male che ha rischiato di portarlo via. Il suo, racconta, è un caso che non ha precedenti. Dopo 48 radioterapie e due crisi sincopali sfociate in coma e convulsioni, ora il presidente della Cis Intelligent systems vede finalmente la fine del calvario. Ciampolini, 55enne ex presidente provinciale Cna Firenze, racconta la sua storia con negli occhi la consapevolezza di chi sa che la battaglia non è finita ma anche la forza di chi non ha nessuna intenzione di abbandonare il campo. «A Milano mi chiamano Lazzaro - racconta - i medici sono contenti, io ora sto meglio ma ho detto loro che prima di stappare lo spumante vorrei finire di giocare la partita. Non vorrei prendere goal al 94º». Tutto parte dalla scoperta di una sorta di "calletto" all'altezza dell'orecchio. Sulle prime si pensa a una parotite ma basta un'ecografia per capire che si tratta di qualcosa di serio. Nell'ottobre del 2008 l'imprenditore viene operato dal chirurgo Wolfango De Meester di Carrara. L'intervento riesce ma non frena il tumore che continua a estendersi. Nel corso del 2009 l'uomo si sottopone a una sequenza infinita di esami e terapie ma la situazione continua a precipitare. Nel momento in cui a Prato gli dicono che non ci sono più speranze è sua moglie, Gabriella Billeri, a prendere in mano la situazione. La donna si mette a navigare su internet e prende contatto con Filippo de Braud dell'Istituto europeo di Oncologia e con l'Istituto tumori di Milano. «Mettere insieme questi due istituti - dice Pietro - è stata la mia forza. Insieme hanno chiesto al ministero della salute di fare un protocollo sperimentale». Da quel protocollo però l'uomo venne escluso nel dicembre 2009 perché, essendo peggiorato, aveva avuto bisogno di sottoporsi alla chemioterapia e questo avrebbe inficiato i risultati. Il mix di due farmaci chemioterapici e di uno di sperimentazione francese associati da Locati e Fiorentini ha permesso di salvarlo. «Se mi fossi limitato a dare retta ad alcuni medici - ha detto Pietro - avrei prenotare le pompe funebri. Penso che ognuno sia fautore del suo destino. La vedo così: il cavallo è il tumore e tu sei il cavaliere, se lasci che sia lui a guidare non vai da nessuna parte. Ho gestito la cosa come se fossi il project manager della salute del mio gemello».
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