Lindagine in provincia dellistituto regionale per la programmazione economica sul periodo 2005-2009
Il lavoro fisso rimane una chimera
Marco Pagli
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In cerca di lavoro a un centro per limpiego e a sinistra Michele Beudò che ha diretto la ricerca Irpet Soltanto il 28% dei precari trova un impiego a tempo indeterminato
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EMPOLI. Flessibilità, precarietà, lavoro atipico, occupazione a termine. Prendete il termine che più vi piace, il risultato non cambia. E il risultato, non certo confortante da qualunque posizione lo si osservi, è quello che emerge dall'indagine svolta dall'Irpet su un campione di lavoratori flessibili nei territori della provincia di Firenze: chi è precario ha una forte probabilità di rimanere tale dopo cinque anni se nel frattempo non ha già perso il lavoro. Bella scoperta, dirà chi la flessibilità la vive in prima persona. Ma il pregio del lavoro svolto dai ricercatori dell'Irpet è quello di mettere nero su bianco con numeri e statistiche un fenomeno che anche nella nostra area coinvolge migliaia di lavoratori. Il dato che salta agli occhi con più forza è proprio quello relativo alla probabilità di stabilizzazione: solo il 28% di chi aveva un contratto flessibile nel 2005 ha trovato un impiego fisso entro il 2009. Nel 50% dei casi, invece, non si riesce ad uscire dalla spirale del lavoro atipico. Ma la ricerca in esame non si limita ad analizzare l'andamento dell'occupazione flessibile in generale ed entra più nello specifico delle varie forme di precariato. L'indagine prende le mosse dall'individuazione di un soggetto tipo: sotto i 40 anni di età, residente in provincia ma fuori dal capoluogo, diplomato, con un normale contratto a tempo determinato. Per lui, dopo 5 anni, ci sono meno della metà di possibilità di essere occupato a tempo indeterminato. La stabilizzazione è ancora meno probabile se si ha un contratto a progetto, di collaborazione o di apprendistato. Sembra senza speranza, addirittura, chi lavora nel settore dell'agricoltura: per loro la prospettiva di un impiego fisso si materializza solo nel 15% dei casi. Non solo: gli occupati in questo comparto hanno anche il 20% di probabilità di rimanere inattivi, a fronte di una percentuale del 4% per tutti gli altri. A questo proposito l'Empolese-Valdelsa fa segnare un risultato negativo rispetto agli altri territori della provincia: chi vive nel circondario, infatti, ha un 2% di possibilità in più di essere inattivo. Un discorso diverso, invece, deve essere fatto sulla disoccupazione. Se il soggetto tipo, dopo 5 anni, ha un 25% di probabilità di trovarsi disoccupato, la percentuale diminuisce a meno del 20% per chi ha un contratto di collaborazione o a progetto e per chi svolge l'apprendistato. Da sottolineare, comunque, che questa considerazione era valida lo scorso anno, mentre lo è un po' meno a dodici mesi di distanza. Nelle conclusioni del lavoro, infatti, i ricercatori sottolineano che se l'indagine fosse stata effettuata nel 2010 avrebbero rilevato un maggior numero di licenziamenti, meno posti di lavoro, l'allungamento dei tempi di rientro dalla disoccupazione e il mancato rinnovo dei contratti a termine. Rilevando, in sostanza, che «la flessibilità è sempre più trappola e sempre meno trampolino».
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