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sanità sotto accusa
Muore a 22 anni, inchiesta sui medici
Francesco Turchi
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Bashkim e Griselda Jahelezi«Il nostro Alfons è morto a soli 22 anni, ucciso da un tumore maligno e dalla negligenza dei medici. Lui non c'è più e nessuno ce lo ridarà. Ma noi vogliamo almeno che sia fatta giustizia». Griselda e Bashkim sono i portavoce della battaglia della famiglia Jahelezi
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CASTELFIORENTINO. Sono di origine albanese, ma vivono da tanti anni a Castelfiorentino. Griselda ha 19 anni e una ferita enorme nel cuore per quel fratello maggiore sfortunato che se n'è andato per sempre il 3 giugno scorso.
Bashkim ha perso un figlio e non è necessario aggiungere altro per raccontare il suo stato d'animo. Padre e figlia cercano giustizia per Alfons, sostenuti anche da mamma Rushe e dalla più piccola di casa, Anna che ha soli 15 anni. Portano avanti la loro battaglia con grande dignità, in un Paese che oltre a rappresentare la speranza di un futuro migliore, nel loro immaginario era anche un simbolo di avanguardia in molti settori, sanità compresi. E invece hanno vissuto sulla loro pelle una vicenda sconvolgente, iniziata nel marzo del 2007, quando l'allora 19enne Alfons subì una prima operazione alla spalla destra «per sospetto melanoma maligno a diffusione superficiale. Mio fratello - racconta Griselda - aveva notato questo neo, che cresceva col passare del tempo. Si rivolse ai medici e gli venne asportato». Ma dopo poco il neo si ripresenta, perché il melanoma con il primo intervento non era stato asportato completamente: «E Alfons si sottopose a una seconda operazione, dopo la quale il medico gli disse di stare tranquillo: "Se vuoi puoi fare un piccolo intervento per correggere l'inestetismo. Ma il tumore è acqua passata". In realtà il tumore avrebbe potuto dare luogo a metastasi».
Il 5 dicembre di un anno fa Alfons, che frequentava la facoltà di Scienze politiche all'Università di Firenze, dopo una serata trascorsa in pizzeria con la fidanzata si ritrova nel tunnel che non gli darà scampo. «Aveva vomito e cefalea fortissima - dice il padre - e andò al pronto soccorso di Empoli. Gli dissero che era un virus stagionale e lo rimandarono a casa. Il giorno dopo ci tornò nelle stesse condizioni e loro gli ripeterono la stessa filastrocca: se la cavarono con un'aspirina e poco più. Soltanto dopo alcune settimane una tac effettuata a pagamento (voluta da Alfons che continuava a sentirsi male), mette la famiglia Jahelezi di fronte al dramma. Il tumore è tornato, con una "cattiveria" devastante: «Melanoma con metastasi cerebrale». Il 7 gennaio 2009 il ragazzo viene operato a Careggi. Ma è troppo tardi: «Radioterapia, chemioterapia, una moltitudine di esami radiodiagnostici, medicinali. Gli ultimi mesi di vita di mio fratello - racconta Griselda - sono stati un inferno». Alfons combatte con grande coraggio, sfida la malattia con tutte le sue forze, ma il 3 giugno si arrende. Due mesi prima i suoi familiari avevano presentato un esposto-querela contro ignoti per lesioni colpose relative a fatti inerenti una colpa medica professionale. Il pm aveva poi chiesto l'archiviazione della notizia di reato, complice il fatto che «come afferma il consulente tecnico del pubblico ministero nella sua relazione, l'operato dei medici dell'ospedale di Empoli, seppur non esente da aspetti di negligenza, non ha inciso in termini di nesso causale sulla morte del paziente». L'opposizione alla richiesta di archiviazione è stata accolta dal gip. Le indagini vanno avanti e si concentrano sull'operato dei medici empolesi: «Vogliamo giustizia. Chi ha sbagliato - dicono Griselda e Bashkim - deve pagare».
Bashkim ha perso un figlio e non è necessario aggiungere altro per raccontare il suo stato d'animo. Padre e figlia cercano giustizia per Alfons, sostenuti anche da mamma Rushe e dalla più piccola di casa, Anna che ha soli 15 anni. Portano avanti la loro battaglia con grande dignità, in un Paese che oltre a rappresentare la speranza di un futuro migliore, nel loro immaginario era anche un simbolo di avanguardia in molti settori, sanità compresi. E invece hanno vissuto sulla loro pelle una vicenda sconvolgente, iniziata nel marzo del 2007, quando l'allora 19enne Alfons subì una prima operazione alla spalla destra «per sospetto melanoma maligno a diffusione superficiale. Mio fratello - racconta Griselda - aveva notato questo neo, che cresceva col passare del tempo. Si rivolse ai medici e gli venne asportato». Ma dopo poco il neo si ripresenta, perché il melanoma con il primo intervento non era stato asportato completamente: «E Alfons si sottopose a una seconda operazione, dopo la quale il medico gli disse di stare tranquillo: "Se vuoi puoi fare un piccolo intervento per correggere l'inestetismo. Ma il tumore è acqua passata". In realtà il tumore avrebbe potuto dare luogo a metastasi».
Il 5 dicembre di un anno fa Alfons, che frequentava la facoltà di Scienze politiche all'Università di Firenze, dopo una serata trascorsa in pizzeria con la fidanzata si ritrova nel tunnel che non gli darà scampo. «Aveva vomito e cefalea fortissima - dice il padre - e andò al pronto soccorso di Empoli. Gli dissero che era un virus stagionale e lo rimandarono a casa. Il giorno dopo ci tornò nelle stesse condizioni e loro gli ripeterono la stessa filastrocca: se la cavarono con un'aspirina e poco più. Soltanto dopo alcune settimane una tac effettuata a pagamento (voluta da Alfons che continuava a sentirsi male), mette la famiglia Jahelezi di fronte al dramma. Il tumore è tornato, con una "cattiveria" devastante: «Melanoma con metastasi cerebrale». Il 7 gennaio 2009 il ragazzo viene operato a Careggi. Ma è troppo tardi: «Radioterapia, chemioterapia, una moltitudine di esami radiodiagnostici, medicinali. Gli ultimi mesi di vita di mio fratello - racconta Griselda - sono stati un inferno». Alfons combatte con grande coraggio, sfida la malattia con tutte le sue forze, ma il 3 giugno si arrende. Due mesi prima i suoi familiari avevano presentato un esposto-querela contro ignoti per lesioni colpose relative a fatti inerenti una colpa medica professionale. Il pm aveva poi chiesto l'archiviazione della notizia di reato, complice il fatto che «come afferma il consulente tecnico del pubblico ministero nella sua relazione, l'operato dei medici dell'ospedale di Empoli, seppur non esente da aspetti di negligenza, non ha inciso in termini di nesso causale sulla morte del paziente». L'opposizione alla richiesta di archiviazione è stata accolta dal gip. Le indagini vanno avanti e si concentrano sull'operato dei medici empolesi: «Vogliamo giustizia. Chi ha sbagliato - dicono Griselda e Bashkim - deve pagare».
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