Jarno e Marco, i fratelli di Rosignano che lavorano in MotoGp: “Ecco com’è la vita nei box”
15 anni di differenza, partiti dalla Toscana e approdati al team Ducati . «Ci vuole una sana passione da coltivare gara dopo gara»
ROSIGNANO. Due fratelli con la passione per le moto, partiti da Rosignano e approdati nel grande circus della MotoGP. È la storia di Jarno e Marco Polastri.
15 anni di differenza, Jarno è il fratello maggiore, ma stesso identico amore per le due ruote, per la velocità e per i motori. Strade e percorsi diversi li hanno portati, adesso, a condividere lo stesso ambiente, separati soltanto dal colore dei rispettivi box Ducati MotoGP. Quello bianco-viola del team Pramac - sponda Jorge Martín - per Jarno e quello rosso del team ufficiale - sponda Jack Miller - per Marco. Approfittando del mese di sosta previsto dal calendario della MotoGP, con le gare che riprenderanno il prossimo 7 agosto sul circuito di Silverstone, abbiamo scambiato qualche parola proprio con Jarno, che ora vive a Valencia. Ecco l’intervista.
Jarno, come nasce la sua passione per le moto e quali sono state le principali tappe della sua carriera?
«Il mio babbo mi ha trasmesso fin da quando ero piccolo questa grande passione. Sono salito sulla prima moto a 3 anni, ho provato da più grande a correre, ma mi sono accorto di non avere il talento per poter vivere correndo. Così, sono passato dalla pista ai box e, dopo essermi diplomato alla scuola motoristi “Ferrari” a Maranello, ho iniziato la mia carriera. Prima nel campionato italiano e poi è arrivata la Superbike».
In SBK ha vissuto una delle epoche più belle e competitive di questo sport, quali piloti ricorda con maggior piacere?
«Ho svolto il ruolo di capo tecnico in Yamaha, Ducati e Aprilia e ho avuto la fortuna di lavorare con tanti piloti dal talento incredibile come Rubén Xaus, Noriuki Haga, Régis Lacon e Colin Edwards».
Poi è stato il momento del grande salto in MotoGP ed è qui che la sua storia si intreccia con quella di suo fratello Marco.
«Dopo tanti anni in Superbike, è arrivata la chiamata del Team Ducati Avintia in MotoGp dove ho svolto il ruolo di capo tecnico a fianco di Tito Rabat e di Héctor Barberá. Quando sono passato in MotoGP, mi chiesero se conoscevo qualche ragazzo da far entrare nel giro e proposi mio fratello, che già mi seguiva alle gare fin da quando era piccolo. È così entrato anche lui nel team Pramac, dove abbiamo lavorato diversi anni insieme, prima del suo passaggio in Ducati ufficiale al fianco di Jack Miller».
Lei invece lavora per uno dei maggiori giovani talenti della MotoGP, Jorge Martín. Cosa significa essere a fianco di un pilota e come si prepara il weekend?
«In moto non è come in Formula 1. Tutti parlano col pilota, ognuno è interessato alle varie aree della moto e c’è tanto scambio con chi poi sale in sella. Io mi occupo della parte del motore e dell’avantreno e sono spesso a stretto contatto col pilota per la regolazione dei manubri o per il cambio».
Qual è il pilota più forte che ha conosciuto?
«Per essere davvero forte e vincente un pilota deve avere tante componenti. Ho visto tanto talento in Haga e in Xaus, ma poi è mancata loro l’intelligenza per fare lo step decisivo. Al primo posto, è quasi scontato, c’è Valentino Rossi che per 20 anni è stato all’apice. Poi un gradino sotto Marquez che forse ha più talento, ma non ha il carisma di Rossi. Adesso direi che Martín è il pilota che ha le prospettive di crescita maggiori e uno dei più grandi talenti».
A proposito di Rossi, quanto ha influito secondo lei nel mondo MotoGP il suo addio?
«Rossi ha portato innovazione in MotoGP e l’ha fatta conoscere a tutto il mondo. Anche ora, in giro per il mondo gli autodromi sono piene di bandiere gialle. Il suo addio ha influito, ma le piste all’estero continuano a essere piene e c’è grande passione. In Italia, considero il flop del Mugello un episodio a sé per ragioni che vanno anche al di là del tifo e mi aspetto che Misano sarà piena come accade nel resto d’Europa».
Quali sono i consigli che si sente di dare a chi ha la sua solita passione e coltiva il sogno di girare il mondo con un team di MotoGP?
«Più che consigli, devo dire che ci vuole davvero una sana passione. Dai 14 ai 16 anni mi sono perso le cose tipiche di quell’età come le discoteche e le uscite con gli amici, ma vivevo già per la moto. Questa passione deve spingere a concentrarti solo sull’obiettivo di voler crescere e di voler arrivare al traguardo prefissato, ma soprattutto non deve mai spegnersi. Anche adesso, a 46 anni, è sì un lavoro, ma prima di tutto continua a essere quella stessa passione che ti fa andare avanti e ti fa provare le stesse belle sensazioni ogni mattina e ogni weekend di gara».
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