Italia
Un chiodo alla volta, fin lassù: così Diego scala il mondo
Tecnico manutentore a Castagneto, Carpini da sei anni vive la sua passione: «È il modo per tirar fuori il meglio di noi stessi, e ora sogno la Patagonia»
CECINA. Spirito libero appassionato di vette, Diego Carpini scala per passione e ambizione. Ha compiuto 32 anni da poco, rispetta i segni ma insegue i sogni, scommettendo su sé stesso e il suo compagno di cordata per volare, un giorno, in Patagonia e misurarsi con la cima del Cerro Torre.
Garbato e disponibile, racconta volentieri la sua ultima fatica: l’ascesa al Pizzo delle Saette, nel massiccio della Pania, cuore delle alpi Apuane. «Ci siamo spinti lassù per provare una via già esistente, ma a causa della nebbia, fitta, siamo scesi e ne abbiamo aperta una nuova». Un colpo da maestri, che lui, residente a Castagneto, e Marcello Gallucci da Pescia hanno realizzato partendo dai 1500 metri sul livello del mare per raggiungere i 1720.
Il 2021 è iniziato bene, perché ha regalato anche l’apertura di un altro sentiero sulla parete ovest del monte Gomito in val di Luce. «Lo abbiamo chiamato Black Track in quanto abbiamo seguito una fessura nella parte nera compiendo una scalata artificiale, ovvero con l’aiuto dei chiodi e delle scale e non solo delle mani nude. Al freddo e al gelo di questi mesi bisogna stare attenti». Raggiunta la vetta a quota 1800, hanno respirato ossigeno puro togliendosi la non trascurabile soddisfazione di aggiungere un’altra tappa al percorso personale, fatto di studio e fatica, pazienza e sincronismi, concentrazione e comprensione costante del pericolo.
«Ora siamo fermi – prosegue al telefono – per via del maltempo. Ma appena aprono le frontiere mi piacerebbe andare in Svizzera, a tentare la scalata della parete nord est dell’Eiger. Un obiettivo al quale tengo in modo particolare. Vorremmo salirla seguendo gli itinerari storici fino ai 3970 metri». La montagna in questione si trova in mezzo alle Alpi bernesi, nella regione dell’Oberland.
Carpini si misura con la piccozza e gli altri attrezzi da sei anni, dopo avere frequentato il corso base di alpinismo a Firenze e, a ottobre scorso, avere conseguito la specializzazione in arrampicata artificiale, conoscendo così nuove tecniche, preziose per la sua formazione. «Perché consiglio questo sport? Mi piace l’avventura – risponde – e poi alimenta la sfida con noi stessi, mettendoci alla prova di fronte ad ogni difficoltà. Insomma, ti costringe a dare il meglio di te, perché salire non è mai facile».
E nemmeno scontato: prova ne siano i racconti dei grandi personaggi che hanno violato cime ritenute impossibili, superando i propri limiti, psicologici e fisici, e aggiornando il libro dei primati. Nella memoria collettiva è scolpito l’Everest, ma gli ottomila sono 14, gli imprevisti non si contano e una qualunque squadra che prova a salire verifica sempre le esperienze precedenti.
«Alla fine del 2020 – conclude – abbiamo aperto pure un tratto di via sulla parete nord ovest del Jof Fuart, nelle Alpi Giulie, in Friuli. Fino a metà siamo rimasti sul tracciato classico, poi avanti da soli, bivaccando una notte sotto a uno sperone di roccia. Eravamo gli unici, è stato meraviglioso».
Tecnico manutentore a Castagneto, classe 1989, Diego pensa ogni giorno all’Eiger e a quella triade montuosa che caratterizza il paese elvetico al confine con l’Italia. Senza nascondere, però, il suo interesse per un’altra affascinante zona del mondo: la Patagonia. Un passo, anzi, un chiodo, alla volta. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
