«Bello veder crescere i ragazzi»
Cinzia Pentuzzi, da Rieti a Rosignano, ora allena gli U14 e 15 biancoblù: «Con Raspo buona affinità»
ROSIGNANO
Coach molto apprezzata, unica donna nello staff tecnico del Basket Rosignano Sei rose, Cinzia Pentuzzi allena assieme a Simone Raspo gli Under 14 e Under 15 biancoblù. Con la pallacanestro ha iniziato a 9 anni a Rieti (dove è nata) con la maglia della Bpr Basket, nella quale ha fatto tutta la trafila delle giovanili fino ad arrivare nel roster della prima squadra in serie A2. È poi passata alla Leo Terni, fino ad approdare nel 2000 alla Pallacanestro Loano; lì ha anche esercitato la duplice mansione di giocatore-allenatore, proseguendola sempre in terra ligure ad Albenga e Alassio. Alla soglia dei 35 anni ha definitivamente appeso le scarpe al chiodo per dare spazio alla lavagnetta, come coach. Il tesserino l’aveva preso nel lontano 1993, finita la maturità, una volta che aveva cominciato ad apprezzare la doppia mentalità di giocatore-allenatore, assai più vincente. Da più di 10 anni nel Livornese per esigenze di lavoro, le è rimasta la passione per il basket, diventata un motivo in più di integrazione. Ha infatti allenato oltre che nella nostra città a Cecina, a Livorno, e in questa stagione c’è stato il gradito ritorno a Rosignano.
Pentuzzi com’è vista la pallacanestro nella sua città natale?
«A Rieti è il primo sport cittadino per i successi ottenuti dalla mitica Sebastiani Basket fino alla Coppa Korac e dai personaggi illustri che hanno calcato il parquet, come si evince dalle maglie ritirate al palazzetto dello sport da atleti quali Sorjourner, Brunamonti e non ultimo Kobe Bryant, arrivato per la prima volta in Italia grazie al padre che giocava a Rieti. È in questo mega-palazzetto, uno dei più caldi e temuti della Penisola, che è nata in me la passione per il basket quando con il papà si andava a vedere la maschile, uno spettacolo incredibile tutte le volte. Non c’è famiglia a Rieti che non abbia mangiato pane e basket».
Ma è stato più gratificante giocare o lo è entrare in campo da coach?
«Sono emozioni differenti; purtroppo come coach si può solo sostenere la squadra con consigli e tattica da cogliere al volo per affrontare l'avversario di turno, mentre come giocatore si ha la fortuna di tramutare quella voglia e scaricarla realmente in campo, perciò da una parte uno sforzo mentale con scelte ottimali e dall'altra anche fisico. Comunque vedere i propri ragazzi/e crescere giorno dopo giorno, che provano a mettere in pratica quei consigli che diventeranno loro naturali poi e vederne i miglioramenti è veramente emozionante. Questo soprattutto perché noi coach siamo dei punti di riferimento per i giovani atleti al di fuori dei familiari con insegnamenti di vita volti a rispettare sempre il prossimo e ad essere altruisti, perché l'unione fa la forza».
L'emergenza covid-19 ha interrotto campionati e attività.
«Inizialmente tutti increduli per non poter più andare in palestra, anche perché iniziavamo a vedere dei miglioramenti nei giocatori, ma a dirla tutta non accettavamo la cosa di buon grado. Presa coscienza di ciò, di quella che era diventata una reale emergenza, il motto è subito stato incoraggiare i ragazzi a stare in casa e invogliarli a qualche esercizio individuale da poter fare in autonomia per cercare di non rimanere totalmente fermi. Certo, per uno sport di squadra questo stop forzato penalizzerà, ma saremo ben contenti di riprendere a pieno regime appena le autorità ce lo permetteranno, con più voglia di prima».
Soddisfatta del comportamento stagionale delle sue squadre?
«Molto, molto soddisfatta: per l'affinità instaurata con il coach Simone Raspo - che non conoscevo - e per entrambi i gruppi che alleniamo. Dopo l'impatto iniziale legato al cambiamento e soprattutto al fatto di essere allenati dal genere opposto, i ragazzi hanno dimostrato grande stima, guadagnata a piccole dosi giorno dopo giorno. Tra l'altro la loro è un'età un po’ particolare e fanno fatica ad accettare di essere ‘ripresi’ nei comportamenti e nella tecnica, ma finora ne siamo molto orgogliosi e ci stiamo togliendo tante soddisfazioni».
Ha vissuto entrambe le esperienze, senior e giovanile, quale preferisce? Maschile o femminile?
«Personalmente preferisco il settore giovanile, e non ci sono notevoli differenze tra maschile e femminile se non prettamente a livello di fisicità. È sempre un piacere instaurare un buon rapporto di rispetto ed essere punto di riferimento in campo e non, per i ragazzi. Infatti indipendentemente da dove la vita li porterà, posso dire che la pallacanestro li aiuterà nell’integrazione sociale e nei rapporti con gli altri per aver acquisito con lo sport la stima, il rispetto e la solidarietà nei confronti del prossimo, essendo la vita una reale partita con un’infinità di quarti».
Ritrova ogni tanto i suoi allievi?
«Certo. Finora ho messo in piedi un bel gruppo in tutte le società dove sono stata; ognuno mi ha arricchito umanamente, e vedere ragazzini e ragazzine divenuti uomini e donne che anche dopo anni ti cercano è veramente gratificante e tutti i sacrifici sono ripagati». —
Fabrizio cavallini
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