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Samuele Lippi, ex sindaco di Cecina: «Ho battuto la bestia della cocaina e ora mi sto riprendendo la vita»
L’ex primo cittadino racconta il percorso che ha fatto per uscire dal tunnel: «A chi ha un cancro si porta rispetto. Così si deve fare con chi ha una dipendenza»
CECINA. «Quel controllo sulla statale mi ha permesso di cambiare». Dieci mesi e una manciata di giorni. Era il 17 luglio dello scorso anno quando l’allora sindaco di Cecina Samuele Lippi, 52 anni, all’epoca in quota Pd, viene fermato dai carabinieri con mezzo grammo di cocaina. «Oggi mi sento libero e consapevole di avere una malattia – dice –, che, come tale, va curata e tenuta sotto controllo. L’ho conosciuta, so come funziona, e la guardo con la consapevolezza che bisogna sempre rimanere vigili».
Ci si arriva per approssimazioni al Samuele di oggi. A quei giorni turbolenti d’estate, con l’ammissione dell’accaduto da parte sua, ne seguiranno altri. Stando alla politica, l’imbarazzo della sua maggioranza e il fuoco di fila delle opposizioni. Ha distrutto tutto Lippi. La soluzione dell’impedimento temporaneo per un percorso di cura. E a metà ottobre, con in mano il certificato Asl in cui si attestava che non era più dipendente, la scelta di ripresentarsi in Comune. Ed è lì che tre su cinque assessori si sono dimessi. Lui allora ha nominato una nuova giunta, ma il consiglio comunale si è svuotato. Il Pd si è alleato con la minoranza scegliendo la strada del commissariamento. Il sindaco è decaduto. Ed è l’altra data a cui oggi guarda da un’angolazione distaccata. Era il 18 ottobre scorso. «C’ho messo la faccia. Per quello che sono e ho fatto, essendo stato un uomo pubblico ho ritenuto fosse normale mantenere lo stesso profilo anche nel momento peggiore della mia vita». Pesa le parole l’ex sindaco. Non le rincorre. «La parola tossicodipendente non riuscivo ad associarla alla mia condizione – dice –. Quando ho scelto di farmi aiutare, perché da soli non se ne esce, dopo il percorso con il Serd, dove ci si può rivolgere con fiducia perché ci sono professionisti accoglienti e che conoscono meglio di noi le dinamiche e le sofferenze che ci portiamo addosso, mi sono reso conto che il problema era più complesso».
Si è allontanato da Cecina?
«Sono stato a Venezia, nel Centro di Soranzo dove viene proposto un percorso intensivo mirato, da due a sei mesi. Io ci sono rimasto per tre. Lì ho davvero compreso che sono malato. La dipendenza, e ce ne sono di tanti tipi, dall’alcol al gioco d’azzardo, è una malattia sociale, psichica e fisica. Questa bestia ha tre componenti. A chi ha un cancro si porta rispetto. E così si deve fare con chi ha una dipendenza, che è ben altra cosa dal delinquere».
Che vuol dire?
«Non ho pendenze con la giustizia. In 30 anni di attività politica ho solo una segnalazione al prefetto come assuntore di stupefacenti. Poi, chi vuole può sottolineare che acquistavo la droga dagli spacciatori, ma è la malattia che porta a questo. Non mi è stato contestato alcun reato, neppure in quel frangente».
Di sicuro aveva una doppia vita.
«Sì, quella di sindaco fattivo e sempre impegnato e l’altra da tenere nascosta. Usavo la cocaina per essere più performante e tenere i ritmi. Rappresentava una sorta di automedicazione, che tra l’altro era conosciuta da chi mi era intorno. C’è chi lo sapeva o lo aveva percepito. È solo che facevo comodo. Quando da solo mi imponevo di provare a chiudere, finiva che stavo per due o tre giorni chiuso in casa, ma quando riuscivo e mi immergevo nel solito tran-tran finiva che ci ricascavo».
Che cosa è cambiato?
«In quel Centro ho fatto un lavoro vero sul piano psicologico, con tecniche di riabilitazione meditativa mindfulness e psicoanalisi intensiva. E poi c’è stata la dimensione del mutuo aiuto. Quello stare insieme con compagni che non mi sono scelto, il sentirsi in sintonia, il condividere le aspettative. Insomma, tutte quelle dimensioni che dovrebbero connotare una comunità».
Al netto della politica, con la sua condotta ha messo a dura prova e sotto i riflettori la sua famiglia.
«È la parte più dolorosa di questa vicenda. Sono dispiaciuto per chi mi ha voluto bene e ho chiesto scusa pubblicamente. Ma quando penso alla mia famiglia non è sufficiente. Ci sono i sensi di colpa che avevo per l’attività di sindaco, che assorbiva tempo ed energie, e dall’altra per l’uso di sostanze che ha privato per anni mia moglie e i miei due figli della mia presenza in termini di qualità del tempo che dedicavo a loro. E per questo il chiedere scusa davvero non è sufficiente».
Da poco è rientrato a Cecina.
«Sto rientrando gradualmente dopo la mia rinascita, riapprezzando, ricostruendo e curando le relazioni familiari. Per conto di una cooperativa ho ripreso a seguire progetti per la realizzazione di comunità per minori in carico ai servizi sociali. E poi mi sono rimesso in gioco per dare un contributo alla comunità cecinese candidandomi al consiglio comunale. Non ho mai fatto mistero di ciò e in trasparenza ho sempre dichiarato di sostenere Federico Fulceri».
In caso d’elezione, che farà da consigliere?
«Se sarò eletto, in maniera propositiva sarò a disposizione di chiunque sarà sindaco. È difficile che un ex primo cittadino faccia una cosa del genere. Al di là della brusca interruzione del mio mandato, già da tempo avevo iniziato a ragionare sul fatto che si sarebbe concluso. Il percorso politico è stato interrotto in modo brusco dai miei compagni. L’unica che fin da subito ha chiesto le mie dimissioni è stata Lia Burgalassi (oggi candidata a sindaca di Cecina, ndr). Nel resto del Pd cecinese c’è stato un atteggiamento incoerente e funzionale a interessi personali da parte di alcuni esponenti. C’è stata una fine traumatica, ma oggi sono sereno e non mi pesa».
Torniamo per un attimo in Comune. Ha un rammarico?
«Vedo opere che vanno a compimento in questi giorni, dal ripascimento a Marina alle piazze, il palazzetto o l’illuminazione pubblica. Ho il rammarico di non averle potute inaugurare perché l’ideazione, la progettazione e l’avvio dei lavori sono il risultato di un percorso che ha richiesto anni».
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