Italia
Testimonial delle donne, l’attrice Marianella Bargilli si racconta: «Ho avuto un padre violento»
Al De Filippo in scena l’attrice cecinese: «Ho dovuto curare le mie ferite e ho sviluppato molta forza, ma anche il teatro mi ha aiutato»
CECINA. Parla della violenza contro le donne a teatro perché è un mezzo efficace per comunicare un messaggio urgente. Un messaggio oggi più che mai urlato, dopo l’ennesimo dramma del femminicidio di Giulia Cecchettin. Marianella Bargilli lo fa da diversi anni interpretando spettacoli come "Il corpo della donna come campo di battaglia" con Annalisa Canfora, di scena al teatro De Filippo domani, sabato 25 novembre ore 21 in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Nell’opera diretta da Alessio Pizzech due donne, una psicologa americana e una bosniaca vittima di uno stupro di guerra, testimoniano l’orrore e la secolare sopraffazione maschile. «Questo lavoro è per noi un atto politico, provare a raccontare una storia che ricordi a tutti l’insensatezza della guerra e della violenza di genere», affermano le due protagoniste.
Ma l’attrice cecinese, che vive tra Roma e la sua città natale, ha anche un motivo più profondo: ha conosciuto personalmente la violenza in famiglia, ed ha cercato di superarla.
Come nasce questo suo impegno per le donne?
«Appartiene alla mia vita, ho avuto un padre violento, quindi l’ho vissuto direttamente. Posso essere una vera testimonial di questa giornata. Su questa vicenda prima o poi ci farò uno spettacolo mio. Ho dovuto curare le mie ferite e ho sviluppato molta forza, ma anche il teatro mi ha aiutato. Quando si trova una professione che serve a noi stessi e agli altri si può andare oltre il lavoro».
Cosa può fare il teatro per eliminare la violenza sulle donne?
«La giornata del 25 novembre è una grande occasione, lo spettacolo è anche patrocinato dalla Regione e da "La Toscana delle Donne". Ma con questa frequenza di atti violenti a cui stiamo assistendo bisogna cambiare le cose, parlarne tutti i giorni. Il teatro è una forma diretta e arcaica di comunicazione che in questo momento è adeguata e necessaria come non mai».
Qual è la sua peculiarità rispetto ad altri mezzi?
«Sui social è tutto molto esposto e la comunicazione è veloce, si rischia di confondere un messaggio importante in un trambusto di cose d’ogni genere. Penso che ne abbiamo tutti abusato. Il teatro anche se ha numeri minori è uno strumento di cultura. Ci insegna a stare in comunità, è un collante sociale, e può essere utile per insegnare i sentimenti, l’emotività».
Come si cambia la cultura della sopraffazione maschile sulle donne?
«Bisogna studiare antropologicamente quello che succede, il modello maschile che emerge dai femminicidi sembra basato sul regresso al medioevo, un’arretratezza rispetto alla libertà della donna, che l’uomo non riesce ad accettare. Siamo tutte scomode, ma dobbiamo denunciare un problema sociale che dilaga anche tra i più giovani».
Qual è il suo percorso teatrale in favore delle donne?
«Questo spettacolo parla delle violenze durante la guerra in Bosnia come strumento di sopraffazione del maschio nel cuore dell’Europa, ed è per noi una fonte continua di riflessione. Anche "La stanza delle donne" mostrava come gli stupri di guerra servivano per punire le donne, per giustificare la forza dell’uomo e incoronarlo vincitore. In "Spose le nozze del secolo" sul matrimonio gay abbiamo sottolineato l’importanza di salvaguardare i sentimenti. Mi piace l’idea che il mio mestiere possa veicolare un messaggio che può aiutare gli altri».
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