Castiglioncello, la Turandot di Pizzech e il conflitto di genere: «Per un cambio culturale ci vorrebbero fiabe adattate»
Il regista debutta domani al Teatro Nuovo di Spoleto: «Racconto l’infanzia spezzata di una ragazzina che rifiuta il maschile»
CASTIGLIONCELLO. La sua “Turandot” che debutta domani venerdì 15 settembre al Teatro Nuovo di Spoleto è una fiaba sul conflitto di genere. Alessio Pizzech porta alla luce l’inconscio dell’eroina di Puccini, una bambina che rifiuta il maschile, intrappolata in una gabbia difensiva. Una lettura “alla Fassbinder” per il regista di Castiglioncello, che si innesta sull’epilogo dell’opera – lasciata incompiuta da Puccini – di Luciano Berio. Pizzech in questa nuova regia porta le sue riflessioni contro la violenza sulle donne maturate in iniziative realizzate a Cecina, dove dirige il teatro comunale, e nei suoi spettacoli degli ultimi anni, legati dal filo rosso del femminile. Ai suoi personaggi si aggiunge la crudele principessa cinese che sfida i suoi pretendenti sottoponendo loro tre enigmi, se non indovinano sono condannati a morte. Il principe tartaro Calaf li svela e costringe la giovane a indovinare il suo nome, rovesciando i ruoli fino a liberare l’amore.
Come sarà la sua Turandot?
«Non è la prima volta che dirigo l’opera di Puccini, qualche anno fa ne portai in scena una versione in Giappone per il teatro comunale di Bologna. Era concepita per lo spazio aperto del tempio di Nara, ed era grandiosa, con il finale di Franco Alfano. Questa con il finale di Berio è tutta emotiva, un po’alla Fassbinder. Ha il taglio dell’infanzia spezzata, della ragazzina che vive nell’ossessione dell’ava stuprata e rifiuta il maschile della relazione uomo-donna».
Alla fine però si sbloccherà grazie a Calaf.
«È l’unico personaggio maschile che porta l’amore, di solito nelle opere di Puccini lo fanno le donne. Con lui ci sarà un dialogo perché l’opera è una fiaba di iniziazione verso l’apoteosi finale che è un amplesso fisico, un ritrovamento del dialogo tra maschile e femminile. Ho sottolineato l’aspetto iniziatico attraverso le forme di violenza che Turandot impone a sé stessa, in una dimensione di chiusura. Quando Calaf risolve i tre enigmi lei è persa. Quando lui le chiede di indovinare il suo nome rovescia il suo gioco, costringendola a dialogare».
Come ha reso il finale di Berio?
«Rovesciando i ruoli: prima la principessa è in gabbia, quando Calaf lancia l’enigma entra lui in gabbia. Spesso ci chiudiamo nelle gabbie per difenderci dal mondo, ma in realtà non ci aiutano. Con Berio vengono fuori questi aspetti più inconsci e onirici perché il suo finale è ben diverso da quello hollywoodiano e consolatorio di Alfano, lui è più inquietante e quindi l’opera appartiene più al mondo della fiaba, una fiaba crudele come tutte se non guardiamo le versioni Disney».
Questa donna che subisce violenza evoca un fenomeno drammaticamente attuale.
«Turandot amplifica l’espressione del femminile presente nei miei percorsi teatrali. Nello spettacolo ci sono frammenti sulla complessità del dialogo tra maschile e femminile nella società contemporanea, un tema che ho affrontato nelle serate contro la violenza sulle donne, nella regia de “Il corpo della donna come campo di battaglia”. Ci confluiscono tante riflessioni necessarie alla luce della violenza che purtroppo vediamo nella realtà, un fenomeno antropologico».
È possibile un cambio culturale, specie tra i giovani?
«Forse ci vorrebbero fiabe adattate per questo, che siano d’insegnamento per coltivare la dimensione del genere fin da piccoli, per farla diventare una possibilità e non un limite. Ma c’è ancora un tabù emotivo e culturale che non riusciamo a risolvere, così non possiamo costruire una società capace di introiettare il conflitto di genere che è anche positivo se saputo dirimere».
Mentre Turandot girerà in Umbria fino al 23 settembre lavorerà per Cecina?
«La stagione per il teatro comunale è in preparazione e spero che riusciremo a presentarla a ottobre. Sto impaginando il programma con Fondazione Toscana Spettacolo e lavorando per una proposta varia e ricca per numero e qualità di spettacoli».
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