«Il mio Verdi è un po’ toscano»: l’artista cecinese Sarah Schinasi in regia a Liegi
Una nuova importante produzione lirica al teatro reale del Belgio. La regista di nuovo al fianco del maestro Daniel Oren
Regista lirica di successo, Sarah Schinasi ha debuttato il 19 maggio alla regia dell’opera “I Lombardi alla prima crociata” di Giuseppe Verdi all’Opéra Royal de Wallonie a Liègi. Nata a Cecina, è figlia del pittore Daniel Schinasi: nella casa di campagna della famiglia, a Casino di Terra dove sono nati tanti quadri del padre, ha preso forma anche quest’ultima produzione.
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Sarah Schinasi in regia di una nuova produzione che la vede al fianco del maestro Daniel Oren. Emozionata?
«L’opera è fatta da centinaia di persone tra artisti e maestranze. È stata una grande attesa questa all’Opera Reale della Wallonie a Liegi, sono i 180 anni del titolo di Verdi. E Daniel Oren è uno dei più grandi maestri oggi al mondo non solo per Verdi. Alle prime prove dell’orchestra con la regia, il regista deve lasciare che il maestro d’orchestra dia questo tocco magico tra gli equilibri musicali che vadano con movimenti e reazioni».
Ci descrive cosa significa lavorare con un “mostro sacro” come Daniel Oren?
«Poter assistere alla prove d’orchestra con Daniel è un’esperienza indimenticabile. Quando i colori cromatici musicali non tornano dice spesso, anche per sdrammatizzare “Peppino non ha scritto cosi! ” , penso che lo ami come se lo avesse conosciuto di persona così come io stimo e amo la Peppina (Giuseppina Strepponi Verdi) quanto Verdi».
Quest’opera verdiana ha qualcosa di toscano. È vero che è nata a Casino di Terra?
«Abbiamo preparato il concetto di questo spettacolo con il mio scenografo Pier Paolo Bisleri in campagna a Casino di Terra la primavera scorsa, lui alloggiava a Guardistallo dove mando le équipes. La campagna ha sicuramente contribuito alla concentrazione di questo lavoro che oggi reputo di di profonda ricerca estetica. Pier Paolo ha lavorato molto con Strehler e Ronconi, oltre ad aver collaborato alle scenografie di grandi film come il capolavoro di Leone “C’era una volta in America”. Un grande cubo, come una Empty Room, uno spazio intercambiabile tra tempo e luogo, come nella storia delle Crociate. All’interno della quale si svolge una storia di potere, assassini irrisolti tra due fratelli, un fratricidio, due storie di amore appassionante, che partono da Milano per arrivare a Gerusalemme: la nostra Empty Room si trasforma in 38 quadri diversi».
Da Cecina dove è nata, alla Spagna, fino al Teatro reale di Liegi. Un bel percorso, Sarah.
«Un vero onore essere stata invitata in questo teatro reale tra i primi nel mondo per l’opera, la produzione vanta dei bei costumi di Françoise Raybaud e luci di Bruno Ciulli. Lo spettacolo andrà in onda in streaming in Europa dall’Opera reale di Liegi martedi 23 maggio su Culture Box live alle alle ore 20. Ho avuto la fortuna di lavorare con Daniel Oren in due occasioni, nella Carmen nel deserto di Masada più di dieci anni fa, e sul Don Carlo a Tel Aviv alla Israeli Opera, produzione rappresentata anche al Maggio Musicale a Firenze. Ho scritto questa regia a Madrid in autunno pensando a Daniel e alle necessità della partitura di Verdi. Un’opera molto poco conosciuta, con necessità vocali e attoriali, acrobazie vocali soprattutto per il soprano e il basso molto difficili. È una gioia poter godere delle prove quando la regia si mette insieme all’orchestra. Quando arrivano le prove di insieme, rimango sempre seduta dietro a lui in sala nel caso si debbano a fare delle variazioni per gli equilibri musicali anche nella regia, una vera collaborazione. Sono esperienze indimenticabili, farlo assieme a un grande maestro di fama mondiale. C’è emozione per la prima, ma per me le emozioni più importanti si percepiscono nel processo di creazione dei personaggi, quando dall’artista che hai davanti cominci poco a poco a vedere il personaggio che prende forma grazie a un lavoro molto specifico sulla recitazione attoriale dei cantanti lirici».
Non ci sono molte donne che svolgono il suo ruolo, e in produzioni di successo, nel mondo della lirica. È stato difficile raggiungere questi traguardi?
«Il traguardo credo che sia più la bellezza del percorso della creazione. Ad esempio per questa produzione ho sempre approfittato della mia amicizia con la dottoressa e mia amica Gabriella Biagi Ravenni presidente dell’Istituto Studi Puccinaini, con Francesco Izzo presidente del Festival Verdi e Alessandro Roccatagliati dell’Istituto degli Studi Verdiani a Parma. Questo per poter capire della storia e del libretto tratto da un malloppone come quello di Grossi i punti nevralgici dei personaggi in maniera da dare agli artisti delle basi solide per costruirne I personaggi. Potersi confrontare con grandi studiosi è un arricchimento unico quando si crea. La scrittura di una regia, (il mondo dello spettacolo è complesso, varia anche molto da paese a paese, io ho costruito la mia carriera sicuramente con i miei studi al Mascagni di Livorno e all’Università di Pisa e al Central School a Londra, e forse ho avuto anche un po’di fortuna ad iniziare a Nizza negli anni’90 giovanissima, ma ho basato sempre e tutto su studio, tenacia e serietà. Cerco sempre anche quando posso permettermi di essere più ferma di farlo come lo fa una donna».
Il prossimo progetto?
«Sto traducendo al francese la prima versione storica della commedia di Ana Caro Valor Agravio y Mujer per commissione del Teatro Nazionale de Nizza e della sua direttrice Muriel Mayette-Holtz, una grande dama del teatro francese, un progetto portato avanti con Danilo Rosker per il National Slovene Theare SNG Teatro Nazionale Sloveno e proposto a Los Teatros del Canal un grandissimo teatro a Madrid. Forse riuscirò a fare con l’Università di Pisa un lavoro su teatro e traduzione del testo teatrale. Questa volta finalmente prosa e in una coproduzione internazionale. Con Stephen Wadsoworth o comunque nel mondo anglosassone non c’è questa netta divisione che ancora c’è in certi paesi d’Europa di dividere un genere da un altro. Solitamente si pensa che i registi di prosa possano passare facilmente all’opera, adesso io che sono una regista di opera passerò alla prosa, son tanti anni che me lo chiedono. Ho pronto nel cassetto anche la traduzione del libretto del Marat al francese, opera mai fatta in Francia e spero in una nuova collaborazione con Daniel Oren».
E il sogno nel cassetto?
«Sicuramente un film d’opera. Sento grande attrazione per la camera e per la flessibilità narrativa e di luogo che a volte il palcoscenico nel tempo reale non può offrire. Anche se il teatro rimane comunque il luogo magico».
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