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Omicidio di Vada, ecco perché Fedele ha sparato al genero: «Temevo uccidesse mia figlia»
L’autore del delitto conferma la confessione al Gip e resta in carcere e nella sua deposizione c’è profondo disprezzo nei confronti di Moneta a causa della separazione
ROSIGNANO. «Temevo che uccidesse mia figlia» ha ripetuto Antonino Fedele, 81 anni, anche al Gip Mario Profeta, durante l’interrogatorio di garanzia nel carcere “Le Sughere”. Dietro l’omicidio di Massimiliano Moneta, 57 anni, di Guidonia, c’è tutta la rabbia del pensionato, animato da un profondo disprezzo nei confronti dell’ex genero, a causa di una separazione molto difficile. Anche al Gip, come aveva ammesso al pm Pietro Peruzzi quando si è costituito, l’anziano ha confessato che era sua intenzione dare una lezione al padre dei suoi tre nipoti. Così ha inviato a passare dal suo podere a Vada con la scusa di voler mettere fine alla “guerra” in famiglia e poi gli ha sparato. Un atto preparato nel tempo, sostiene la Procura che contesta a Fedele l’omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione.
Tra i due uomini erano intercorse più telefonate e messaggi sia nei giorni precedenti il delitto che la mattina stessa. Alla fine Moneta, sconsigliato a lungo dal suo avvocato, aveva acconsentito a vedere Fedele. E si era fatto accompagnare a Vada dal suo avvocato di Roma. Il pomeriggio dovevano andare a un’udienza in tribunale a Livorno dove Moneta era accusato di violazione delle prescrizioni inerenti l’affidamento dei figli.
«Nell’interrogatorio il Gip – spiega l’avvocato Giuseppe Cutellè – ha voluto approfondire alcuni aspetti dell’ampia confessione che Fedele aveva già reso al pubblico ministero il giorno che si è costituito». L’indagato ha parlato dei suoi rapporti con la vittima. Si è soffermato su un episodio, di anni fa, che la figlia gli aveva raccontato quando ancora lei viveva con Moneta. «
Litigavano, lui aveva minacciato mia figlia – è la versione di Fedele – lei aveva chiamato mio figlio (morto qualche anno dopo) e Domenico era partito per andare in suo soccorso. Arrivato a Grosseto però si era fermato: la sorella gli aveva detto che Moneta lo aspettava armato, aveva una pistola».
L’81enne era disposto a dargli 200mila euro per chiudere quella “guerra”. «Non volevo vederlo più a Rosignano», ha confessato. Così gli ha sparato con il fucile da caccia che nascondeva nel suo podere. «Un delitto d’impeto, per volontà improvvisa», sostiene il difensore. Diversa è però la tesi della Procura, accolta dal Gip nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
«Presenteremo ricorso al Tribunale del Riesame di Firenze – aggiunge Cutellè – appena avrò visto gli atti. Il carcere non è compatibile, a mio avviso, con l’età di Fedele e con le sue condizioni di salute, chiederemo i domiciliari. Il mio cliente è pentito del gesto, ha spiegato più volte che non voleva uccidere Moneta ma solo spaventarlo». Le indagini proseguono. Devono essere chiarite alcune circostanze, compresa l’eventuale presenza di altre persone sul luogo del delitto. L’avvocato che era con Moneta non ha visto l’uomo sparare. Era distante e stava caricando olio e cassette di frutta sull’auto. Non è del tutto chiaro dove Fedele sia rimasto nascosto per sei giorni e come abbia fatto a fuggire da Vada.
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