Parà trovato morto in caserma, tra gli imputati un rosignanese
Rosignano. Al processo per la morte di Tiziano Celoni, il parà trovato morto nella caserma Gamerra dopo un abuso di alcool e droga hanno parlato i due commilitoni, Alessio Fracassi, 28 anni, di Rosignano Marittimo e Augusto Simeoni, 32 anni, romano, accusati di omissione di soccorso. I due hanno reso dichiarazioni spontanee e le loro argomentazioni su quella tragica vicenda si possono riassumere così: non sapevano cosa Celoni avesse fatto prima di tornare in caserma; le sue condizioni non erano parse così gravi, tanto che superò diversi controlli al suo rientro; infine, non sapevano che avesse una storia precedente di assuntore di sostanze stupefacenti. I due militari, assistiti dalle avvocate Isabella Martini e Francesca Anedda, hanno scelto il rito abbreviato. Un terzo imputato, Fabio Tirrito, 37 anni, di Casalguidi (Serravalle Pistoiese), all’epoca dei fatti caporal maggiore dei parà, ha invece scelto il rito ordinario. Lui dovrà rispondere anche dell’accusa di omicidio colposo. Per capire la linea difensiva di Fracassi e Simeoni è bene spiegare qual è la posizione della procura (pm è Sisto Restuccia). Il giovane fu trovato senza vita in una branda della caserma. Per l’accusa fu abbandonato dopo una notte di eccessi tra alcol e droga. E a passare le ultime ore con lui fu Tirrito che al rientro chiese aiuto a Fracassi e Simeoni per portare Celoni dall’auto alla camerata. Secondo l’impianto accusatorio se Celoni fosse stato soccorso subito non sarebbe morto. Una posizione che è stata sostenuta anche dai consulenti di parte, civile e accusa, quando furono ascoltati in aula lo scorso aprile. Il 27enne era in abiti civili quando vennero chiamati i soccorsi, alle 13.25 di un venerdì del novembre 2017. Secondo la procura il possibile movente del silenzio di chi sapeva e ha taciuto è stato il rischio di fare scoprire gli eccessi della notte prima. Ieri Simeoni e Fracassi, riferendo le loro versioni, hanno contrastato questa ricostruzione. Il primo ha raccontato che aiutarono Celoni ad andare in camerata poco prima delle 8. Si dice in accordo con il pensiero del collega Fracassi che insiste sul ruolo che nella vicenda avrebbero avuto altre tre figure della caserma: il piantone che controlla le palazzine dove stanno i militari, l’ufficiale di picchetto e la guardi a addetta al controllo d’ingresso. «Siamo militari e ci sono dei codici precisi, in quel momento in caserma c’era uno stato “alpha plus”, c’erano dunque delle procedure. Sia l’ufficiale di picchetto che il piantone dopo, vedendo tornare Celoni, non hanno valutato che fossi così grave. Tanto che è passato e non hanno segnalato nulla di rilevante nelle relazioni scritte o nelle loro dichiarazioni. Ha superato tutti i controlli di sicurezza, che sono disciplinati. Evidentemente qualcuno prima di noi ha valutato allo stesso modo». E sulla consapevolezza circa lo stato di Celoni aggiunge: «Ci è stato detto, non posso dire se dicendo la verità o meno, che la sera avessero fatto serata. Abbiamo pensato che fosse una sbornia e che dovesse smaltirla. Se si fosse trovato in uno stato catatonico e così grave non lo avremmo lasciato solo in stanza. E non potevamo sapere che il suo fisico era indebolito dalle droghe, sono valutazioni che all’epoca non eravamo in grado di fare». La giudice Eugenia Mirani ha disposto una nuova perizia e ha nominato un team con un tossicologo, un medico legale, un anatomopatologo e un medico di medicina interna. Nella prossima udienza riferiranno le valutazioni.
L.R.D.
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