Il Tirreno

Quasi cieca dopo un intervento inutile L’ospedale risarcisce un milione di euro

Pietro Barghigiani
Quasi cieca dopo un intervento inutile L’ospedale risarcisce un milione di euro

Riconosciuta la colpa medica, l’Azienda pisana condannata a pagare. «Operazione non proporzionata al quadro clinico»

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Pietro Barghigiani

CASTELLINA MARITTIMA. Le condizioni di salute erano serie, ma non gravi al punto da dover ricorrere a un intervento chirurgico che alla fine provocò effetti ancora più gravi e permanenti sulla paziente ridotta a uno stato di quasi cecità.

Un azzardo medico, avvenuto senza informare la donna dei rischi che avrebbe corso, che il tribunale civile di Pisa quantifica ora in circa un milione di euro di danni da risarcire a una pensionata che vive nel territorio di Castellina Marittima.

Aveva circa 50 anni all’epoca dell’intervento, inopportuno e carico di negligenze. Era il luglio 2001. Da quel giorno la parabola personale e sanitaria della donna è andata a picco trovandosi anche nella situazione di non poter seguire altri familiari con gravi problemi di salute.

La sentenza a undici anni dall’inizio della causa, datata 2010, porta la firma del giudice Santa Spina. L’azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup) intende pagare evitando l’impugnazione in appello. Il primo passaggio ospedaliero avviene al Santa Chiara tra il luglio e il settembre 2000. La donna viene ricoverata in Endocrinologica. Accusa sintomi consistenti in bruciore e lacrimazione agli occhi, tremori. Diabetica, obesa e con un’importante disfunzione alla tiroide e problemi alla vista. I medici le prospettano la necessità di sottoporsi a un intervento chirurgico di “orbitotomia decompressiva”.

La finalità avrebbe dovuto essere quella di preservarle la vista. Il risultato è opposto.

Scrive il giudice Spina: «Dall’esecuzione dell’intervento derivava per la signora sul piano campimetrico un gravissimo deficit del campo visivo, sul piano oftalmoscopico pallore del nervo ottico e sul versante neurofisiologico segni compatibili con una compromissione parziale del nervo ottico».

Il consulente del giudice, un medico legale di Careggi, nella sua relazione chiarisce diagnosi e utilità del bisturi. «Il quadro clinico offerto – sono le parole del Ctu – non rivestiva una gravità tale da rendere indicato l’intervento di decompressione orbitale eseguito».

Secondo il consulente nominato dal Tribunale «al rilevato profilo di colpa professionale, correlabile con la esecuzione di un intervento non indicato e non proporzionato al quadro clinico della paziente, peraltro effettuato in assenza di consenso validamente acquisito, sono da ascrivere importanti postumi a carico dell’apparato visivo costituenti un danno biologico, onnicomprensivo degli esiti cicatriziali al volto e dei riflessi negativi degli stessi sugli aspetti socio-relazionali della (omissis, ndr) globalmente stimabile in misura pari all’80 per cento».

A distanza di vent’anni dall’intervento che ha peggiorato l’esistenza della pensionata, il giudice riconosce la colpa medica attraverso «negligenza e imperizia a carico dei sanitari, come, in definitiva, riconosciuto dal Ctu, il quale in più occasione evidenzia, anche, il profilo della mancata preventiva acquisizione di un valido consenso a dimostrazione ulteriore della “leggerezza” (sintomatica essa stessa della colpa) con la quale è stata gestita l’intera vicenda».

Un intervento non indicato e non proporzionato al quadro clinico della donna, sia pure in precarie condizioni di salute per plurime patologie, che ha ottenuto l’effetto opposto. E ora anche una condanna dell’Azienda ospedaliera a risarcire la paziente rimasta quasi cieca e invalida all’80 per cento.

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