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Emilia, insegnante in pensione, diventa “maestra a domicilio” dei bambini immigrati a Castagneto
Si è messa a disposizione gratuitamente del centro Monica Cruschelli. Con l’arrivo del Covid ora fa lezione a distanza
CASTAGNETO. Emilia Arioli è una insegnante in pensione, abita a Donoratico da dieci anni con il marito, dove ha iniziato a collaborare con il Centro di solidarietà Monica Cruschelli, insegnando a bambini provenienti da tutto il mondo. Una sorta di “insegnamento a domicilio”. Piccoli gruppi di bambini, di diverse età che ha seguito con attenzione fino all’arrivo della pandemia, momento in cui le è stato impossibile proseguire le lezioni in presenza.
Signora Emilia, come è riuscita a proseguire le lezioni?
«Ho dovuto rinunciare agli incontri in presenza – racconta Emilia -: ora i pomeriggi sono un susseguirsi di chiamate con whatsapp video in cui i ragazzi mostrano le lezioni che hanno fatto e chiedono consigli. Non è poi così male, molti hanno acquistato più autonomia nello studio e comunque sono stati costretti a misurarsi con quella “alfabetizzazione informatica” che potrebbe essere la nuova grande fonte di discriminazione nella società del futuro». Emilia abitava a Laveno Mombello, dove faceva l’insegnante elementare, ma ha poi ha fatto studi approfonditi sulla dislessia, tenendo anche corsi di formazione per insegnanti. A Donorartico ha creato con bambini e bambine provenienti dal Senegal, dal Marocco, dall’Etiopia e da vari altri paesi, una relazione stabile e profonda: in alcuni casi dando un aiuto assiduo nella prima fase dell’inserimento di questi ragazzi nella scuola, quando la lingua italiana era per loro sconosciuta, in altri casi offrendo un sostegno temporaneo nelle difficoltà dell’apprendimento durante tutto il percorso scolastico.
Come è arrivata al centro Monica Cruschelli?
«Ho scoperto il Centro Cruschelli quasi per caso – ha aggiunto -. Non mi ero mai occupata così a fondo di extracomunitari, avevo lavorato per poco in una comunità di tossicodipendenti e al consultorio. È stata un’esperienza appagante che mi ha tanto arricchito. A un certo punto è arrivato un ragazzino dal Bangladesh, non sapeva una parola di italiano. È stato inserito in una quarta elementare ora fa la prima superiore. Nel tempo si è sparsa la voce della mia attività e si sono aggiunti altri bambini di altre nazionalità. Erano complicati da gestire al Centro e quindi li ho ospitati a casa. Un’esperienza bellissima, perché sono venuta a contatto con culture diverse ma tutti avevano lo stesso intento di imparare. Li ho seguiti fino allo scorso anno, erano una decina. Quest’anno purtroppo la pandemia ha interrotto tutto».
Però non si è arresa...
«Finché è stato possibile ho continuato le lezioni con tutte le precauzioni del caso, mascherine, gel, macchina per purificare l’aria e soprattutto all’aperto: mezz’ora per ognuno. Poi lo stop totale. Alla fine dobbiamo sempre vedere il lato positivo: quando venivano qua ero molto protettiva nei loro confronti; a distanza, invece, si sono responsabilizzati e questo ha fatto sì che alcuni di loro si emancipassero. Ora fanno i compiti da soli e mi chiamano o chiedono spiegazioni. La scuola fa tanto ma per come è strutturata non segue il singolo in maniera approfondita, purtroppo. Sono troppo diversi, per età, per conoscenze, per culture. Lavorare con loro, cercare di fornire loro gli strumenti per integrarsi mi dà molta soddisfazione».
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