Il presidio
Dietro ai cancelli misteriosi di Castiglioncello di Bolgheri
L’antico maniero apre le porte solo una volta all’anno: Roberto Creatini rievoca un pellegrinaggio degli anni Cinquanta alla Madonna del Carmine
BOLGHERI. I festeggiamenti della madonna del Carmine a Castiglioncello di Bolgheri hanno origini antiche. Ogni anno il 16 luglio, i cancelli del maniero “dal sogghigno di fata” vengono aperti e decine di persone lo raggiungono con ogni mezzo. Quest’anno purtroppo non è stato possibile celebrare lassù la tradizionale processione per i problemi legati al Covid, ma anche perché si dovevano fare interventi di restauro importanti al tetto di alcuni edifici che avrebbero reso pericolosa la presenza di persone. La suggestione di questo evento, ve lo vogliamo far rivivere attraverso la testimonianza di un bolgherese doc, Roberto Creatini, che ha vissuto fin da bambino la magia di questa celebrazione e fino allo scorso anno era uno degli addetti all'apertura e alla pulizia della chiesa in vista delle funzioni. Facciamo quindi un tuffo nel passato, ed immaginiamo che il calendario si sia fermato al 16 luglio dei primi anni ‘50.
Roberto aveva poco più di 10 anni, oggi, a quasi 70 anni di distanza, ricorda così quella cerimonia, molto più sentita e insolita rispetto ad oggi: «Si partiva da Bolgheri la mattina presto noi ragazzi del paese, a piedi, con la borsa del mangiare a tracolla. Qui iniziava subito la gara per chi arrivava prima al maniero per avere il privilegio di suonare la campana della chiesina della Madonna del Carmine, c’era sempre qualcuno che mi batteva e io mi arrabbiavo moltissimo. Poi si aspettava la messa, e la processione che dalla chiesina di sotto, portava l’effige della Madonna a quella del Castello dedicata a San Bernardo Abate. Quando si arrivava lassù si aspettava dunque la messa, ma anche l’arrivo dei pellegrini che a piedi, attraverso sentieri nel bosco, arrivavano dalla Sassa, da Monteverdi, da Castagneto. L’itinerario che facevano era lungo e impegnativo, toccava Poggio al Pruno, Monterufoli, la Sterza e Collulivo. Noi stavamo in ascolto perché i pellegrini appena arrivavano all’aietta delle Capanne iniziavano a cantare, cantavano delle lodi alla Madonna stupende, e per noi era motivo di grande commozione. La messa era alle undici e poi c’era il pranzo nella lecceta. Tutti tiravamo fuori il mangiare e ci si accomodava sui sassi, i più organizzati portavano sedie e tavolini.
Ma nella lecceta c’erano anche dei giochi naturali, degli scivolini di pietra levigata che rappresentavano per il tempo un grosso divertimento, si guardavano le bambine scendere con le gonnelline tirate su, mentre noi, ci strusciavamo tutti i pantaloni e quando si arrivava a casa ci aspettava anche qualche nocchino. Si giocava a carte, si chiacchierava e in quei giorni Castiglioncello si animava anche con più di 250 persone. Qualche anno veniva il “chincagliere” da Monteverdi, con una cassa in spalle, a piedi nella macchia, questa cassa era piena di sportellini che contenevano medagline della madonna, braccialettini, coltellini con la catena, candelotti e candele che vendeva poi ai fedeli. C’era anche una stanza per gli ex voto, ed anche a Bolgheri si ebbe un guarito miracolato dalla Madonna, Ernesto Buti, figlio di Primo che nacque con la poliomielite e suo babbo lo portò a piedi a cavalluccio a Castiglioncello a pregare la madonna. Questo bimbo non guarì del tutto ma tornò in qualche modo a camminare. Verso le tre, tre e mezzo, arrivava da Bolgheri il gelataio con una Guzzi 500 sidecar ed era il titolare del Bar Buti. Veniva su con la sorbettiera, un fusto grosso con tutto il ghiaccio intorno e poi distribuiva il gelato. Mi è rimasta in presso una frase che diceva: “pochino, che tocchi a tutti” ed in effetti ci toccava pochino, però si pagava dieci lire uguale! Poi si riportava la madonna alla chiesina di sotto e si tornava verso casa. Quando si arrivava a Castelluccio, noi bolgheresi ci si fermava, quelli della Sassa, di Monteverdi e di Castagneto invece proseguivano per conto loro. Si tirava fuori dallo zaino quello che c’era rimasto e si faceva merenda e poi si iniziavano i giochi sull’aia, lo “sculaccione” era quello che andava di più, un girotondo che era una scusa per toccare il culetto di una bambina tra le risate di tutti.
Verso sera si tornava in paese fermandoci alla “Coccolina,” vicino Villa Poggio per aspettare i ritardatari. Quando c’eravamo ricompattati, intonavamo i canti liturgici e si arrivava alla chiesa di Bolgheri. Questo era il nostro 16 luglio, uno dei giorni più belli dell’anno per noi ragazzi e i festeggiamenti religiosi si chiudevano poi il 25 luglio quando si solennizzavano i patroni di Bolgheri, San Giacomo e Cristoforo. A Castiglioncello a quei tempi c’era anche la colonia estiva (dal 1935 fino al 1952.) Veniva gestita dalla diocesi di Massa Marittima. I bambini arrivavano da Venturina, Follonica, Donoratico, Massa e venivano trasportati fino a Castiglioncello da un camion a tre assi americano guidato da Marzino Pallini, che li andava a prendere alla stazione, li caricava, passava da Bolgheri a comprare alcune provviste e poi saliva verso Castiglioncello da una strada che ora non esiste più».
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