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Oltre cento nuovi volontari per la Pubblica Assistenza
In tanti hanno scelto di affrontare la pandemia mettendosi al servizio degli altri La presidente Mulaz: «Sono essenziali in un periodo così particolare»
Claudia Guarino / cecina
Il lavoro è tanto. La fatica anche. E a volte quello scafandro pesa come un macigno. Perché una notte sulla Charlie Victor sembra non passare mai. Una chiamata e poi fuori con l’ambulanza, per accompagnare i pazienti Covid all’ospedale o, viceversa, dall’ospedale alla propria casa. Questa è una delle funzioni svolte dalla Pubblica Assistenza di Cecina che, nel compierla, si alterna con le altre associazioni del territorio.
Ma, evidentemente, l’eventuale esposizione al pericolo non ha scoraggiato le oltre cento persone che hanno deciso di scendere in campo da volontari. Sono 122 - uomini e donne, ragazzi e ragazze - coloro che, dall’inizio dell’emergenza coronavirus, hanno scelto di unirsi alla Pubblica Assistenza di Cecina per aiutare gli altri. «I più nuovi non hanno i brevetti», spiega la presidente Serena Mulaz. Dunque non sono impiegati sulle ambulanze, ma in una serie di altri servizi. Ad esempio nella consegna della spesa a domicilio.
I cittadini ordinano i prodotti di cui hanno bisogno dai negozi della zona e i volontari si occupano di portarli a domicilio. Sembra semplice a dirsi, ma una cosa del genere richiede energie, organizzazione e soprattutto forze da mettere in campo. Poi c’è la consegna dei farmaci e, per un certo periodo di tempo, anche delle mascherine: sia quelle inviate nelle case dalla protezione civile del Comune di Cecina, sia quelle spedite dalla Regione.
Parallelamente ci sono le ambulanze. Sia i “normali” servizi indicati dalla centrale operativa del 118, sia quelli sulla Charlie Victor, ovvero sull’ambulanza per pazienti Covid.
Il periodo è complicato. Le emozioni si inseguono. Talvolta si scontrano tanto l’emergenza è qualcosa di differente da quanto sia stato mai vissuto fino ad adesso. Ma il lavoro è lavoro. Anzi, il servizio è servizio. Dunque, si va avanti. Dopo un turno difficile manca il contatto, è vero. Manca il potersi abbracciare o anche solo lo stringersi la mano o il darsi una pacca sulla spalla.
«Ma noi viviamo le nostre attività con lo stesso spirito di sempre - racconta Mulaz - È chiaro che la situazione è particolare e dentro ciascuno di noi lo stomaco si chiude. Ma non c’è tempo per questo. Adesso è il momento di stringere i denti». —
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