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Coronavirus, assunti ma a casa senza soldi: la cassa integrazione non è per tutti
Due imprenditori di Bibbona denunciano: «Il decreto non prevede ammortizzatori per chi abbiamo preso a marzo»
BIBBONA. Lavoratori beffati per pochi giorni. Sono stati assunti nel settore turistico ma dopo il 23 febbraio e di conseguenza non hanno diritto alla cassa integrazione prevista dal governo in seguito all’emergenza coronavirus. E, dall’altra parte, anche le imprese si trovano in difficoltà perché non sanno come gestire il trattamento di questo personale e in più nelle pieghe dei vari decreti che si sono susseguiti in aiuto alle attività imprenditoriali ci sono delle disposizioni che, invece di sostenerli, vanno a loro svantaggio . A documentare questa situazione sono due imprenditori di Marina di Bibbona che avevano assunto personale in previsione della ripartenza stagionale, sono Simone Cecchetti, titolare del ristorante “L’Aragosta” , e Claudio Galassi, titolare del campeggio “ Casa di caccia”. Entrambi raccontano le criticità che devono affrontare non solo per la chiusura, scattata dopo il 10 marzo, ma anche perché gli strumenti messi in campo dal governo non si possono estendere alla loro tipologia di attività. E per cui si sono mossi anche le associazioni di categoria a livello regionale e nazionale che hanno scritto a Inps e al ministero.
Cecchetti ha fatto un assunzione all’inizio di marzo perché il suo locale riapre, in genere, in questo mese. Ora però questo dipendente è a casa senza stipendio e “assente per l’emergenza Covid 19”. «Il problema è che il decreto Cura Italia - spiega il commerciante - stabilisce che i beneficiari della cassa integrazione sono tutti quei dipendenti assunti alla data del 23 febbraio, per i rimanenti non c’è niente. E non è solo il caso del mio dipendente ma anche quelli di molte altre realtà che all’inizio del mese si stavano riattrezzando per ripartire con il lavoro. Ora, se siamo obbligato a rimanere chiusi, perché per pochi giorni a questo dipendente non deve essere estesa la cassa integrazione?».
In più Cecchetti mette l’accento su un altro punto: «Come ristorante, non posso scalare sui contributi che devo versare il 60% dell’affitto che pago per il locale mentre invece i negozi, in virtù del decreto governativo, lo possono fare». Nella stessa situazione si trova anche Claudio Galassi che per iniziare a fare i lavori di manutenzione aveva assunto 4 persone il primo di marzo.Ma l’imprenditore è doppiamente scoraggiato perché «gli alberghi hanno la possibilità di rimanere aperti per fare la manutenzione, mentre invece noi, che lavoriamo all’aria aperta, non possiamo. Questa mi pare un’assurdità bella e buona perché tra l’altro l’albergo ha spazi ristretti rispetto a un campeggio». E conclude: «Se potevo fare la manutenzione queste persone avrebbero lavorato e non avrebbero avuto bisogno di cassa integrazione».
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