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Epatite dopo una trasfusione Condanna a distanza di 40 anni
Il municipio di Cecina non ricorre in appello e dovrà pagare 105mila euro Gli avvocati: «All’epoca i Comuni erano responsabili degli ospedali»
. Correva l’anno 1975. Una donna rimase coinvolta in un incidente stradale che le causò lacerazioni, contusione e una discreta perdita di sangue. Da lì il trasporto all’ospedale di Cecina e la dovuta trasfusione. Peccato che, proprio tramite quella trasfusione, la donna avrebbe contratto l’epatite C. Adesso, dopo 44 anni, il tribunale di Firenze condanna il Comune di Cecina, in solido con il ministero della Salute, al risarcimento del danno. 105mila euro: ecco la cifra dovuta dal Comune, che non ricorrerà in appello, così da evitare gli ulteriori costi derivanti da un nuovo grado di giudizio.
La vicenda è stata ricostruita sulla base delle cartelle cliniche della donna, con le quali è stato possibile rilevare che, nonostante sia stata ricoverata in altri ospedali dopo il 1975, non risultano altre trasfusioni e l’unica accertata dal consulente tecnico del Tribunale risulta quella effettuata nella struttura di Cecina.
Una trasfusione che, secondo il tribunale di Firenze, sarebbe l’unico evento accertato come causa della trasmissione del virus dell’epatite di tipo C, classificata come Hcv. La documentazione disponibile indica che dal 2006 la donna è stata seguita dall’unità ospedaliera di malattie infettive e centro di epatologia dell’Ospedale di Livorno, con un quadro clinico stabile. L’Hcv è una malattia che può rimanere latente per anni, ai cui sintomi si possono dare diverse risposte cliniche e che «i problemi al fegato non si vedono immediatamente dopo la contrazione», spiegano i legali della donna, Simone Tinagli e Patrizia Fulceri - nella sentenza è specificato che il servizio emotrasfusionale non ha potuto rintracciare i singoli donatori al fine di constatarne o meno la positività, che non si può escludere a priori l’ipotesi che la donna abbia subito il contagio a seguito della trasfusione effettuata e che non risulta possibile stabilire l’origine del sangue infetto somministrato».
È nel 2006, in occasione di un ricovero in seguito ad un incidente, che la donna scopre di aver contratto la malattia e nel 2016 si rivolge agli avvocati per iniziare l’iter di risarcimento del danno. Una sentenza che arriva da lontano, dunque, «e il Comune di Cecina si ritrova ad essere destinatario di questa decisione – spiega Tinagli – in virtù di un provvedimento normativo dell’epoca per il quale la responsabilità di ciò che veniva fatto negli ospedali era in capo ai Comuni in quanto proprietari degli ospedali stessi».
Al contrario del Ministero della salute, che ha intrapreso la strada dell’appello, l’amministrazione di Cecina ha optato per la via conciliativa, per questo è stata ridotta l’entità della somma dovuta, in origine quantificata a 121mila euro. «Ma stiamo predisponendo – fanno sapere dal Comune – gli atti per una rivalsa nei confronti dell’azienda sanitaria». —
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