“Il nostro mare lo salvi chi può” La plastica, nemica dei pescatori
Occorre semplificare le leggi e incentivare la marineria a recuperare il materiale in mare facendolo diventare economicamente vantaggioso
il convegno
La situazione non è tale da far parlare di emergenza, però i pescatori sono i primi ad intercettare, durante le loro attività, rifiuti di ogni genere nei nostri mari, a partire dalla plastica. “Il nostro mare lo salvi chi può” non è solo il titolo del convegno organizzato a Cecina, nel ristorante El faro, dalla Flai Cgil di Livorno, in collaborazione con il ministero delle politiche agricole, ma anche un’esortazione a «fare filiera tra amministratori locali e settore pesca affinché - commenta il biologo marino Lapo Nannucci – si possa creare una processo che consenta la gestione e smaltimento dei materiali raccolti in mare». Una ricerca che ha preso come campione 10 marinerie sparse in tutta Italia, fa emergere che in una giornata di pesca si possono raccogliere da 1 a 4 chili di plastica ogni chilometro quadrato.
«Di sicuro è un campione poco rappresentativo – continua Nannucci – che ci dice che non siamo in emergenza ma è bene iniziare a muoversi». Una ricerca ristretta alle aree di pesca, a strascico e a reti da posta, che non prende in considerazione le zone di accumulo, dove la concentrazione di plastica è più alta. L’intenzione è quella di incentivare e, se possibile, dare la possibilità ai pescatori di creare anche reddito con la raccolta di plastica in mare. Un ciclo virtuoso, in parte «sperimentato con 10 barche a strascico della marineria di Livorno – spiega il funzionario regionale Giovanni Maria Guarnieri – che raccolgono dai 6 ai 7 chili di plastica al giorno. Un dato che, se moltiplicato per le 130 marinerie regionali, offre l’idea di quanto materiale è possibile recuperare. Per allargare il progetto alle altre marinerie tuttavia ci sono degli ostacoli». A partire dalla classificazione del rifiuto raccolto in mare, assimilato a quello delle navi da crociera e dunque speciale e non urbano.
«Va cambiata – continua Guarnieri - la nomenclatura, per non parlare del ruolo del pescatore. Se può caricare la plastica a bordo oppure no, trovare il posto in barca e sottratto del tempo alle quotidiane attività». Se ci sono ostacoli su scala nazionale, a livello locale, ecco l’apertura dell’amministrazione comunale con la consegna di bidoni dove posizionare eventuali plastiche raccolte in mare e i pescatori stessi hanno confermato che tutti i giorni se ne trovano nelle reti. Un punto di partenza «che oggi abbiamo presentato – sottolinea il segretario regionale Flai Cgil, Michele Rossi - e che vogliamo far capire a tutto il mondo della pesca quello che succede sul nostro mare».
Un punto di partenza, che dovrebbe portare a chiudere il cerchio sul recupero delle materie recuperate in mare e la loro riconversione, magari tramite un processo di pirolisi consistente, come ha spiegato Nannucci, nella combustione in un ambiente chiuso in assenza di ossigeno. Una tecnologia che il Polo tecnologico della Magona sta sperimentando secondo quanto anticipato dal presidente del Consorzio, Vincenzo Argentieri, «tecnologia allo studio per conto di una grossa multinazionale». —
Leondina Marulli
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