Il Tirreno

I residenti: «Più dell’erosione, è l’incuria che sta divorando la spiaggia»

Michele Falorni
L’erosione della costa inghiotte ogni anno una porzione di litorale
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L’erosione della costa inghiotte ogni anno una porzione di litorale

Livorno: «Negli ultimi 60 anni abbiamo visto cambiare tutto». C’è chi parla di paesaggio stravolto e di rifugi creati con i pini caduti sull’arenile 

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CECINA. Schiacciata tra il mare, che ne divora metri ogni anno, e la pineta piena di tronchi caduti e sparsi, la spiaggia che da Andalù si allunga verso Marina di Bibbona è una lingua sempre più stretta, erosa ma puntinata di ombrelli multicolori, venditori di cocco, turisti non solo italiani, famiglie con bambini piccoli e vacanzieri pronti a chiedersi come mai un paradiso simile venga cancellato dalla furia delle mareggiate senza che nessuno intervenga con un progetto concreto. Sul bagnasciuga, ci sono perfino due ragazzi americani che osservano e fotografano sbalorditi il contrasto tra la fantastica macchia verde e il blu profondo dell’acqua.

«Bisognava pensarci prima, come sempre – dicono Achille Lombardi e sua moglie Carla, residenti a Cecina – perché in 60 anni di piacevoli frequentazioni abbiamo visto cambiare tutto. Forse servirebbero altri pennelli per contenere la furia delle onde. E poi qualcuno che ripulisca l’arenile: basta vedere quanta legna si è accumulata nel tempo. È un peccato». Sì, la zona è meravigliosa, e superato il ristorante La Capannina, dove viale della Vittoria incrocia via del Tombolo meridionale, non rimane che passeggiare tra centinaia di persone e avvicinarsi alla zona critica, oltre la terza barriera degli scogli, dove la sabbia è quasi un ricordo.

«Se non rispettiamo la natura – afferma Antonella Principessa , arrivata quattro anni fa da Napoli – non rispetteremo mai noi stessi. La colpa è dell’uomo, che è intervenuto con strumenti non adeguati per soddisfare questioni di avidità e di soldi. In una parola, è il menefreghismo a trionfare, e i risultati sono questi». Siamo all’inizio di agosto e il paesaggio, una volta struggente quando il tramonto colorava il cielo di rosso pastello, è stravolto. Non passa inverno in cui altri pini cadano giù, appoggiando la chioma triste sull’arenile per venire trasformati da mani abili in capanne ricoperte da asciugamani e teli.

Spesso sono rifugi per la notte. «Mi piacerebbe – commenta Moreno Pascucci , cecinese dal 1977 – che provvedesse il Comune. In alternativa, la Regione, perché è un posto incantevole. Paghiamo le tasse pure per questo e inoltre aiuteremmo il turismo. A proposito, spero che in pineta arrivino i servizi igienici, oggi assenti». Pietro Gori da Pontedera vorrebbe il prolungamento dei pennelli quale risposta al problema. Ricorda che nella zona non ci sono luoghi così belli e liberi. Servono decisioni urgenti. «Prendiamoci cura dell’ambiente – dice Mauro Malquori, che da Empoli sbarca ogni estate da trent’anni – e studiamo le correnti per capire come rallentare l’erosione.

Sarebbe un vantaggio per la zona intera, piena di persone giunte anche dall’estero». Rientrando con calma verso il ristorante, una signora punta il dito verso una delle stradine che dalla pineta scendono in spiaggia. È chiusa da un tronco massiccio. «L’hanno scavata a tarda sera per avere un passaggio in più». Sbancando qualche metro cubo di sabbia, che qui è fine. Certo, nascosti tra le radici ci sono i rifiuti. Perché chiuderli nei sacchetti e portarli via è faticoso. Storie dell’altro mondo.

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