Il Tirreno

il 3º giorno 

Auschwitz, dentro al lager coi sopravvissuti all’orrore

Auschwitz, dentro al lager coi sopravvissuti all’orrore

Treno della memoria: il diario di viaggio degli 8 studenti del liceo Fermi di Cecina Dalle stanze invase da migliaia di occhiali e scarpe all’incontro con le vittime

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Auschwitz. Una giornata intensa al lager di Auschwitz. Abbiamo deciso di non raccontare la visita ai blocchi museali, con le stanze invase dalle montagne di capelli, dai mille occhiali dalle mille fogge, dai cumuli di scarpe scolorite, scompagnate, da estate, da inverno, da poveri, da ricchi; né parleremo dei vestiti dei bimbi, dell’Auschwitz Album o dell’Höcker Album, del Memoriale ebraico coi suoi milioni di nomi di vittime scritte sul libro sterminato o del muro della morte. Vorremmo, invece, ricordare l’incontro pomeridiano coi testimoni, ormai pochi, di quel passato che non deve passare.

Delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, deportate a Birkenau ancora bambine; due bambine che si salvano dopo aver vissuto per mesi nella più grande fabbrica di morte pensata e costruita dall’uomo; oggi due anziane signore che instancabilmente ripercorrono il loro inferno con l’intento di rendere le nuove generazioni consapevoli del passato e responsabili del presente. Di Marcello Martini che, ormai impedito a sopportare la fatica del viaggio, ci ha dedicato le sue parole di riflessione; lui che è stato deportato politico adolescente nel campo di concentramento e di sterminio austriaco di Mauthausen e che al Treno della memoria ha sempre aderito con disponibilità. Di Vera Vigevani Jarach, che a novant’anni è capace di trasmettere l’energia di una sempiterna giovane, l’energia che smuove dall’indifferenza e indigna di fronte a ogni sopruso, a ogni tentativo di furto di quella libertà in nome della quale è stata costretta a emigrare in Argentina dopo la promulgazione delle leggi razziali, diventando qui madre di una desaparecida durante la dittatura di Videla.

E vorremmo ringraziare Enrico Fink per la sua arte in bilico tra letteratura, cinema e testimonianza; soprattutto perché, rievocando il racconto di Giorgio Bassani e il film omonimo di Florestano Vancini “Una notte del’43”, ha saputo descrivere la tragedia dei suoi familiari sottolineando la verità ancora oggi scomoda della responsabilità diretta degli italiani nelle stragi e nella deportazione. Una giornata, questa, che ci ha passato il testimone della storia affinché da qui cominci la nostra parte di impegno.

Un giorno, una frase

«Il campo di sterminio di Auschwitz è ciò che, insieme alle testimonianze dei sopravvissuti, permette il ricordo, la memoria del terribile sterminio nazifascista – dice Lorenzo Benucci –. Le dichiarazioni dei sopravvissuti e dei deportati hanno reso la visita delle baracche, delle camere a gas e dei forni crematori più toccante e suggestiva. Quando queste prove, purtroppo, verranno meno, mancherà la concezione di ciò che è successo e si tratteranno tali argomenti con banale superficialità».

«Ora, quello che so è che per capire basta una camicia, e per stare male basta il disegno di un bambino – afferma Mattia Cipolla –. Per rimanere segnati invece basta venire qui, e per realizzare tutto ciò niente è sufficiente. Al contrario, quello che ancora non so è come sia possibile che volontà e sentimenti che hanno generato tutto ciò siano sempre presenti tutt’ora tra noi, anche se ciò fosse in una sola persona. Penso che ciò sia un derivato dell’ignoranza, perché ritengo impossibile che ciò accada di fronte alla conoscenza reale, all’esperienza o all’educazione. E perciò ora capisco finalmente quanto ci sia un’utilità vera, tastabile ed umana dietro al viaggio».

«Auschwitz, prima di un luogo di morte, è il posto dove l’umanità è stata annientata in ogni sua forma – dice Alice Carugi –. Ciò che infatti colpisce di più sono tutti quegli oggetti della quotidianità, da scarpe a vestiti, che più di ogni altra cosa caratterizzano l’uomo. Vedere cumuli di oggetti apparentemente tutti uguali, ma che in realtà erano propri di singole persone diverse, è agghiacciante. Il dolore a causa di una costrizione ad una disumanità spietata è riassunto nell’attimo di silenzio e nelle lacrime impossibili da scacciare di Andra Bucci, mentre raccontava la propria storia. Tuttavia, l’umanità riaffiora nella carezza della sorella Tatiana».

«C’erano capelli, scarpe, oggetti di bambini – sottolinea Noemi Chesini –. C’erano delle valigie vuote come sono diventate i loro corpi una volta entrati lì. C’erano testimonianze, persone che con la forza si sono riempiti il corpo di giorni migliori. C’erano le emozioni, quelle che non ti toccano solo il cuore ma lo scuotono, che te lo trapassando come pallottole e che non vogliono lasciarti ma continuare a propagarsi grazie a te».

«La cosa che più mi ha colpito è la forza dei testimoni, uomini e donne che portano, ognuno a proprio modo, una ferita indelebile – sostiene Giacomo Giomi –. Ma che hanno la forza di riaprirla ogni volta per mostrare il loro dolore e noi giovani, speranza del futuro. Le loro parole e le loro lacrime sono inestimabili».

«Sentire le voci tremanti dei testimoni è stato toccante, poterli ascoltare è stato speciale e sicuramente in esperienza unica – dice Giulia Sandri –. Vedere all’interno del museo di Auschwitz quelle montagne di capelli, di scarpe, di occhiali... credo sia stata una delle esperienze più toccanti del viaggio».

«Oggi ho vissuto la memoria. Si percepiva come aria fredda nei polmoni – dice Sarà Mariotti –. Ogni luogo, immagine, oggetto, riusciva a rendere quest’aria ancora più ghiacciata. Una massa infinita di capelli, filo spinato ovunque, vestiti, foto, testimonianze. Come si può ancora oggi negare tutto quello che è accaduto? ».

«Quando l’inaspettato incontra il surreale – conclude Linda Zhou –. Quando la sorpresa si fonde con lo spavento. Quando la genialità è anche follia. Quando ogni emozione è una debolezza. Quando l’uomo perde la sua umanità». —

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