Birkenau, impatto con l’orrore «Un mausoleo dell’indicibile»
BIRKENAU. Poi ti svegli la mattina alle cinque, nel buio ovattato di bruma, la terra scura rappresa dal ghiaccio, le betulle avvolte di bianco, e ti accorgi di non essere a casa. Cominci a sentire il peso di percepirsi estranei sul suolo straniero, estranei e perseguitati se solo provi a immedesimarti nelle vittime che hanno avuto questa come ultima destinazione. Vittime non di una guerra, né di una rappresaglia, ma di un disegno metodico volto alla loro eliminazione sistematica e totale. Poi ti imbatti nell’orrore. Una porta che ti ingoia come la bocca dell’inferno, e distese sterminate di recinzioni elettrificate, di baracche, di macerie. Il gelo ti si blocca in gola, ma non si tratta solo del freddo: sai di calpestare un sacrario anomalo, un mausoleo dedicato all’indicibile, che pure lì ha trovato asilo. Silenzio bianco. Resti di camere a gas, forni crematori; l’ospedale dove operava Mengele; la sauna dove si perdeva il nome e si diventava un numero; la rampa col vagone in legno, quella rampa calpestata dalle masse di derelitti avviati all’annientamento come a una meta inesorabile, senza scampo se non per un capriccio del caso. Birkenau è il volto della Medusa che ti lascia di pietra di fronte al male; un male estremo, mai solo folle o banale, un male umano.
Un giorno, una frase.
«Un brivido che attraversa ogni muscolo, ogni fibra, ogni cellula, dalla testa ai piedi. Indelebile. Indimenticabile», dice Linda Zhou. «Birkenau, con il suo assoluto silenzio, potrebbe sembrare il posto più calmo del mondo, eppure si percepiscono grida ovunque», dice Alice Carugi. «Un grande silenzio, questa è la prima grande cosa che mi ha colpita e che non mi aspettavo. Il freddo che avevamo noi coperti con maglie termiche e tutto l’occorrente mi ha fatto riflettere molto sulla condizione disumana in cui quelle povere persone erano costrette a vivere», afferma Giulia Sandri. «Cielo grigio, neve piatta e betulle. Il monocromatismo uccide. Questa è la mia frase di oggi», dice Giacomo Giomi. «Loro non hanno avuto la possibilità di scegliere il proprio destino. Noi possiamo e dobbiamo permettere ad ognuno di costruire il proprio futuro», dice Lorenzo Benucci. «C’è chi dice che in un gruppo come noi, di otto, ne rimanevano in due, che accanto c’erano posti vuoti e tu li guardavi – sostiene Noemi Chesini –. Mi chiedo se il vuoto si possa guardare, se il silenzio si possa sentire. Quando entri ad Auschwitz è quello che fa rumore, le parole che quelle persone non hanno potuto dire, i giorni che non hanno potuto affrontare, tutte le paure che hanno dovuto sentire e che ti senti dentro come fossero tue».
Mentre Mattia Cipolla: «Viaggiare su questo treno è bello, vedi tutto ciò che ti passa accanto, non come in aereo. E poi conosci un sacco di nuove persone, ci scambi esperienze e ne fai di nuove. Interessante. L’esempio perfetto che il viaggio è il modo migliore per imparare. Forse, dopo essere stati là dentro, stiamo diventando in grado di realizzare appieno».
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