L’appello dei pescatori «Ci hanno abbandonato»
Il pericolo: le tavole della banchina hanno ceduto e non sono state sostituite. L’attracco per le barche è fatiscente, nel villaggio non c’è rimasto più nessuno
CECINA. «Questa buca è il simbolo del nostro abbandono», dice Lido Serafini, il decano dei pescatori con i suoi 82 anni. Ma in realtà ce ne sono molti altri. C’è la banchina che sta su per miracolo, le capanne quasi del tutto vuote e vecchie reti penzolanti dalle travi ormai più simili a un rifiuto che non ad altro. Ecco come è ridotto il Villaggio dei Pescatori di Cecina. «Ecco come ci hanno ridotto - riprende Serafini - Siamo stati a parlare con i vertici del Porto, in Comune, ma nessuno può o vuole rimettere mano a questa situazione. Ci hanno abbandonato».
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La storia che si racconta alla foce del fiume dura da diversi secoli e i suoi protagonisti attuali non ci stanno a scriverne l’epilogo. Non senza combattere, almeno. Figuriamoci Serafini, che ha visto la guerra e che vive di mare e pesce da quando è al mondo. «Tutto è iniziato circa trent’anni fa: prima eravamo molti, rifornivamo di pesce fresco tutta Cecina e dintorni e proprio perché eravamo uniti davamo anche garanzia di qualità, perché controllavamo in prima persona che nessuno facesse il furbo ed eravamo un punto di riferimento per la Capitaneria di porto - dice il pescatore - Oggi invece...». Oggi invece i pescatori della banchina nord, dove si erge il villaggio, non riescono neanche a farsi riparare una buca tra le tavole. Si è venuta a creare nei giorni scorsi, quando il libeccio ha fatto crollare alcune travi sulla parte della banchina più vicina al mare. Una piccola voragine che nasconde scogli, ferri vecchi e acqua salata, ora contornata semplicemente da una catena di plastica. «Ma dico io: neanche due tavole possono metterci?», si chiede furiosi Serafini. In questa buca, il pescatore vede tutto l’abbandono a cui è stato destinato il villaggio. «Abbiamo parlato con la dirigenza del porto, ma nulla. In Comune dicono sempre che richiameranno e non richiamano mai - prosegue il decano facendosi portavoce di un malessere collettivo - È pericolosa questa banchina: la sera è un via vai di gente che viene a pescare con le canne e con il buio c’è sempre il rischio che qualcuno possa cadere in acqua o farsi del male. Ora c’è anche questa buca, ma non interessa a nessuno».
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Trentacinque anni fa invece importava eccome dei pescatori, quando ancora rappresentavano un perno dell’economia del territorio. C’era “La Friggera”, dove si inscatolavano le sarde, c’erano oltre venti pescherecci e il pesce fresco non mancava. Poi accadde qualcosa. «Dalla caserma ci chiesero di spostarci qua, firmammo una concessione edilizia come “associazione pescatori” e a spese nostre costruimmo queste baracche», racconta Serafini. Sono sette in tutto per due alloggi ciascuno. «Con il porto poi ci hanno sparpagliato: i più sono stati sistemati all’interno della struttura ma nel molo più lontano del villaggio, costringendoli ad abbandonare le baracche», continua. Così il villaggio si è spopolato e ormai in molti hanno chiuso anche l’interruttore elettrico, visto che pagano all’Enel più di quota fissa che non di consumo. «Un tempo l’ex sindaco Paolo Pacini ci diede una mano pagando la luce, ora sul Comune non puoi contare», fa per inciso Serafini, che poi torna alla divisione tra i pescatori. «Se li sistemassero nel molo qua vicino, potrebbero sistemare le reti ancora nelle baracche, ma là in fondo non ha senso», prosegue Serafini. E senza pescatori, «il villaggio è ormai morto - conclude il decano - Eppure paghiamo i contributi, gli infortuni e la pensione è quella minima, ma si vive. Finora siamo andati avanti senza lamentarci, ma ora, dopo quattrocento anni, i pescatori non interessano più a nessuno».
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