Il Tirreno

Condanne bis ma dal Comune solo silenzio

di Andrea Rocchi
Condanne bis ma dal Comune solo silenzio

Il padre: che ne è stato delle commissioni? «Non provo odio ma non posso perdonare»

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CECINA. «E’ come un terremoto. Arriva la scossa, non te l’aspetti. Vai giù. Ma sai che devi rialzarti e andare avanti. Lo devi fare per Paolo». Paolo è Paolo Ameruso: ha trascorso 434 giorni in ospedale, tra Livorno ed il centro di riabilitazione di Volterra. Un altro anno l’ha passato a curarsi in Austria, con un macchinario sofisticato per favorire la deambulazione. E poi una trafila al Don Gnocchi di Firenze ed in altri centri sanitari. Oggi fa l’agopuntura a Pisa, ma non solo: le macchine e le terapie saranno ormai una costante di un’esistenza segnata da un drammatico incidente il 14 dicembre 2011. Paolo aveva 17 anni, allora. Per quell’incidente - che lo ha reso tetraplegico - sono stati condannati in primo e secondo grado un’automobilista, Alberto Calvo, ed una vigilessa del corpo di polizia municipale di Cecina, Maura Onorati.

Martedì scorso alle 18, nel processo di appello, la dottoressa Teresa Pasquali ha confermato la sentenza di primo grado riconoscendo le responsabilità di due imputati e riducendo, in parte, la provvisionale per la famiglia. Eppure, nonostante questa sentenza, Antonio Ameruso - padre di Paolo - oggi non può sorridere. Il suo post nella pagine dell’associazione nata per sostenere chi ha bisogno di aiuti sanitari ed economici - l’Urlo di Paolo - è un messaggio di rabbia. Scrive testualmente Antonio: “Oggi a distanza di 6 anni viene confermata la condanna .... ora mi chiedo che fine ha fatto la commissione istituita dal Comune.... che scusa tirerà dal suo cilindro magico il Sindaco....A tutte queste persone auguro una buona giornata...”. La commissione a cui fa riferimento è quella che doveva acclarare eventuali responsabilità di dipendenti del Comune.

«Questa sentenza - aggiunge al cronista - non ci restituisce il tempo trascorso questi ani e quel che abbiamo passato. Pensi che mi sono ammalato, ho avuto un infarto. Ma è comunque una lezione per chi ricopre un ruolo istituzionale. Un richiamo al ruolo, a comportarsi in modo professionale, ad ammettere quando si sbaglia». E continua: «Guardi io non pro odio, non mi sentirete mai pronunciare parole d’odio. Però non posso perdonare». Oggi per la famiglia Ameruso l’orizzonte e le prospettive sono le cure per Paolo. Ed anche su questo aspetto, il padre di Paolo, è fortemente amareggiato: «Paolo ha utilizzato una macchina che si chiama Locomat, lo abbiamo portato in Austria, a nostre spese. Però so che questi apparecchi ci sono anche in Italia, in Toscana. Solo che c’è un protocolo regionale che ne impedisce l’utilizzo per più di sei mesi. E così succede per la camera iperbarica che Paolo ha fatto solo per 5 mesi». E conclude: «Mi impegnerò con l’associazione affinché chi si trova oggi nella situazione di mio figlio non debba andare all’estero per curarsi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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