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I signori della notte l’attesa e l’incontro nel buio più assoluto
Nella tenuta Mocajo ascoltando e parlando di animali I cacciatori, il censimento e la gestione della fauna
di MANOLO MORANDINI
L’avamposto sorveglia la radura. Si raggiunge ascoltando e parlando degli animali. È un’ora sospesa. Il giorno è alle spalle. L’imbrunire incombe. La notte è ancora un’attesa carica di promesse in questo spicchio di bosco. Si sta lì. Acquattati. Immobili. Respirando aria sottozero. Concentrati su una relazione ancora incompiuta con qualche animale. Il terreno racconta. Qui, nei confini della tenuta Mocajo, è possibile. Le impronte nel fango segnano i percorsi della fame di cinghiali, caprioli, tassi, istrici, lepri. È in questo spazio aperto che escono allo scoperto solo per mangiare. E poi tornano nel fitto della vegetazione. «Il problema è sapere quello che abbiamo nei nostri territori, conoscere le specie sia di interesse venatorio che conservazionistico, per esempio il lupo, l’istrice, il gatto selvatico, la martora, decine di piccoli uccelli e anfibi. Gestire significa sapere quello che c’è, e a partire da ciò fare misure di conservazione». Chi ci accompagna è capace di leggere questo ambiente fatto di stagioni, elementi atmosferici, vita selvatica, odori. Sono i naturalisti Paolo Varuzza e Daniela Giustini. Entrambi esperti nelle attività di censimento e gestione della fauna invitano a vedere. A ragionare del ruolo della caccia.
La grande occasione si attende in un angolo di bosco, nel territorio di Montecatini Valdicecina, 500 ettari di cui 170 boscati. Una riserva dove è consentito un esercizio regolamentato della caccia. Il luogo non è scelto a caso. Un mondo complesso. Insetti, piccoli animali e anche animali più grandi intenti ad ingaggiare tra loro l’eterna lotta per la sopravvivenza. Lo si percepisce stando affacciati da un cespuglio se c’è chi ti aiuta a capirlo. S’inizia a vedere quel meraviglioso giardino per il luogo che realmente è.
Si parte per esplorare il bosco, ci si scopre anche ad esplorare se stessi. A ricomporre quel castello di certezze costruito osservando la natura da profani. Guidati solo dalla passione, si guarda ma non si vede. Conoscere apre alla complessità. «Il cacciatore non gode di ottima fama. È una figura bistrattata, in certi casi anche a ragione». L’ora del tramonto è passata. La giornata venatoria è finita eppure in lontananza si sentono ancora degli spari. Nel mirino i tordi, in barba alle regole.
«Nel Centro Europa c’è una tradizione diversa, la caccia viene vista come un’attività che svolge una funzione anche in favore degli agricoltori. E ce n’è bisogno. Tanto per rendere l’idea i cinghiali in Toscana causano una media di 2.000 incidenti stradali ogni anno oltre ai danni all’agricoltura, circa 800.000 euro che paga il mondo agricolo», spiega Giustini.
«Alcune specie se la passano male – afferma Varuzza –. Altre stanno prendendo il sopravvento. E su tutto ciò la caccia ha un ruolo relativo. I cacciatori in Toscana si sono quasi dimezzati, l’età media è elevata. Insomma, meno gente va a caccia, crescono i danni di alcune specie. La teoria che si possa arrivare ad un autocontrollo è pura fantascienza. Le nostre aree protette non hanno l’estensione di quelle africane. Gli animali interagiscono con l’uomo. Tanto per capire il lupo si è spinto fino alla periferia di Livorno. All’ospedale di Careggi, a Firenze, ci sono i cinghiali. A passarsela male è la piccola selvaggina, il numero di animali è in calo per fagiani, lepri. La starna è scomparsa. Si tratta di specie legate agli ambienti agricoli. E non va meglio a quaglie e allodole».
In quel tempo lungo in cui si vive nell’attesa e non arriva mai nessuno le parole sono sussurrate. Il silenzio è d’obbligo per non tenere lontani gli animali. Si sorveglia un deserto. E si coltiva un logorio che spiazza di fronte a un’esistenza incasellata ad orario delle città. I rossi e marroni delle foglie si fanno sempre più scuri. Le differenze scolorano nel buio. S’impara ad aspettare. Anche se il risultato è solo un fallimento si ha comunque l’impressione che ci sia qualcosa. I sensi intorpiditi si acuiscono. Sembra una magia. S’inizia a vedere, sentire, percepire tutto un brulichio di creature nel buio rischiarato dalla luce lunare. Un bianco di ghiaccio. Come l’aria che s’insinua nei vestiti.
«Servono delle misure di conservazione che funzionino. Se la legge permette di cacciare una lepre al giorno a prescindere dalla densità di animali in quel territorio nella stessa giornata dieci cacciatori potrebbero catturarne una a testa. Sono in regola ma non sappiamo quanti esemplari ci sono in quel territorio. In questo senso la caccia di selezione ha un approccio ribaltato: si decide la quota di selvaggina che può essere prelevata in quel territorio a prescindere dal numero di cacciatori. Mentre nella caccia normale c’è solo un limite di carniere giornaliero e stagionale».
Schivi, riservati, gli animali preferiscono evitare quando gli è possibile l’incontro con l’uomo. E questa notte a tenerli lontani dalla radura ci sono il cielo terso e il chiarore intenso della luna piena.
«Scenderanno, ma lo faranno tardi», sentenzia Fausto Fanucci, che ha aperto le porte della tenuta e ci guida nel bosco. Alza un braccio è indica un pendio. «Lassù vive una coppia di lupi con due piccoli, la femmina con i cuccioli li ho visti in pieno giorno, mentre stavo falciando l’erba». È una caccia dai tempi lunghi quella al re dei predatori. «Il lupo è al vertice della catena alimentare, che non deve essere interrotta a nessun livello per mantenere l’equilibrio tra preda e predatore – spiega Varuzza –. La presenza del lupo è un marchio di qualità del territorio». Non c’è giorno che non ci sia un avvistamento. «Sicuramente per il lupo e il cinghiale il sistema delle aree protette toscane ha funzionato. In un quarto del territorio regionale non può essere fatto prelievo di selvaggina. Tra gli effetti c’è l’esplosione del cinghiale a cui si lega anche la diminuzione dei fagiani, i cui nidi come quelli delle altre specie che nidificano a terra vengono predati dall’ungulato».
Un viaggio sensoriale con un unico protagonista: il bosco. E l’evidenza di quello che sembra un ambiente totalmente naturale in cui si scopre che è la capacità di adattamento a ridisegnare gli equilibri tra uomo e natura. «La caccia di selezione, come si pratica all’interno di una riserva, insegna che se fatta bene possiamo organizzare il prelievo di selvaggina in funzione delle consistenze delle diverse specie. Cioè in base a quello che c’è sul territorio. E fermarsi quando la situazione sta peggiorando per non rischiare di mangiarsi il patrimonio che abbiamo», chiudono gli esperti.
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