Il Tirreno

«Non voglio che la mia vita sia cambiata»

«Non voglio che la mia vita sia cambiata»

San Vincenzo, Marina D’Alia vive nel quartiere di Berlino colpito dall’attentato che ha causato 12 morti

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SAN VINCENZO. Berlino. Esterno sera. Lunedì 19 dicembre 2016, ore 20 poco più. Quartiere di Charlottenburg. La gente cammina tra i banchetti dei mercatini natalizi. Il resto della sceneggiatura lo conosciamo: un Tir sulla folla, 12 morti, circa 50 feriti. Mentre ciò accadeva, in un bar a pochi metri di distanza da lì c’è una sanvincenzina con degli amici. La sua casa è lì a due passi. Si chiama Marina D’Alia, ha 40 anni, è di origine siculo-còrsa. Dopo gli studi universitari a Trieste, nel 2002 si è trasferita a vivere a Berlino, dove vive tuttora insieme al suo compagno Thomas, berlinese, e ai loro due bambini.

Conosce sei lingue, è traduttrice e assistente madrelingua in una scuola elementare europea italo-tedesca, mentre al contempo frequenta un Master alla Freie Universitat di Berlino per diventare insegnante di tedesco e italiano al liceo. «Quella sera verso le 19 – dice Marina D’Alia – mi sono trovata con degli amici in un bar vicino a casa mia, a pochi passi dal luogo dell’attentato. Poco dopo le 20 ho visto per caso la notizia sul mio cellulare. L’ho comunicata subito ai miei amici. Tutto era ancora molto vago, si sapeva soltanto che un Tir aveva invaso l’area del noto mercatino di Breitscheidplatz. Abbiamo immediatamente pensato ad un attentato, senza però cedere alla paura né al panico. Abbiamo continuato a parlare, in attesa di notizie più precise». «Pochi minuti dopo – prosegue – sono iniziati a giungerci messaggi dai nostri parenti ed amici che ci chiedevano se stavamo bene. Ci siamo resi conto che era accaduto qualcosa di molto serio. Poi Thomas, il mio compagno, mi ha chiamato invitandomi in modo molto pacato a fare rientro a casa. Una volta usciti dal bar, abbiamo udito molte sirene. L’atmosfera era davvero sinistra. Io ed una mia amica siamo tornate verso casa a piedi. Avevamo una sensazione terribile. Giunta a casa, sul web, abbiamo appreso che l’autore della strage era in fuga e che la polizia stava invitando tutti a far rientro nelle proprie abitazioni e di non uscirvi».

Nonostante il dramma, il panico non si è impossessato dei berlinesi. Poliziotti compresi. «L’atmosfera del giorno dopo – racconta D’Alia – era di consapevolezza della situazione ma anche di estrema compostezza. Nessun sensazionalismo, nessuna diffusione inutile di paura e panico. La reazione della città mi è piaciuta molto. In piazza c’era gente che pronunciava frasi come “non ci dividerete” e “non avrete il nostro odio”, con l’invito a restare tutti uniti. Ho apprezzato la gestione dell’avvenimento da parte della polizia, che ha informato la popolazione in tempo reale sui social network pubblicando solo notizie certe».

Dopo un fatto del genere, si può continuare a vivere come sempre? Sì, almeno nel caso di Marina e di molti berlinesi. «Non ho affatto la sensazione che la mia vita sia cambiata dopo l’attentato. Non voglio che cambi – spiega – e so che molti berlinesi la pensano così. I mercatini di Natale sono subito tornati ad esser frequentati. Se Berlino non vuole cedere alla paura, non possiamo tuttavia dimenticare che anche qui la destra cavalcherà l’onda per riaccendere le paure e fare propaganda contro l’ingresso dei profughi in Germania. È giusto ricordarlo – conclude –, non voglio dipingere un quadro idilliaco».

Paolo Federighi

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