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Il mio tetto sotto i binari, tra gli invisibili della ferrovia
I viaggi della notte. La stazione, la sua gente ed i treni ridotti dopo il taglio dei Frecciabianca
Non c’è luna, nè stelle. Il cielo è una volta di cemento, l’orizzonte una porta a vetri chiusa. Il tunnel è la tua casa, almeno per questa notte; un buco di due metri per uno lungo un corridoio sotto la ferrovia. Fortuna vuole che non sia perfettamente perpendicolare al binario primo. Fortuna vuole che il binario uno sia quello usato solitamente come capolinea dei treni per Volterra, che di notte non passano. Significa che potrai chiudere gli occhi senza svegliarti di soprassalto, che il rumore dei freni della locomotiva sarà comunque attutito dalle pareti di calcestruzzo. Ed allora la notte filerà liscia, con quel che resta dell’alcol dentro le vene a scaldare il tuo corpo che si arrende, sempre che qualche bastardo di passaggio non t’infastidisca, rompendoti il sonno. Fortuna vuole, poi, che oggi qui è abbastanza pulito, che il puzzo di piscio e rancido che spesso ti avvolge nei sotterranei di una stazione, ti prenda solo un po’ all’ingresso, che puoi fumarti qualcosa che assomiglia molto ad una canna di marijuana che si mescola all’odore dell’inverno.
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Stanotte ho conosciuto Franco. Il nome gliel’ho dato io, è vero, perché lui non se lo ricorda. O forse non ce lo dice di proposito, come nel codice degli “invisibili”. E’ straniero, mescola qualche parola d’italiano con un accento inglese che gli conferisce qualcosa di tragicamente comico. Come quel viso canuto, un naso pronunciato su cui pendono occhialetti tondi, due lunghi baffi grigi alla Mark Twain ed un’espressione arguta. Viene dal Portogallo ma ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Indossa un paio di jeans neri, molli sotto i ginocchi, un maglione rosso con una banda nera, un paio di calzini di cotone. Intorno a lui c’è un plaid rosso, un paio di sacchetti di plastica, una borsa arancione, uno zaino verde tipo trolley, il resto di una cena veloce, una bottiglia di candeggina vuota, un succo di frutta all’albicocca.
Non vi racconteremo la sua storia. Fate questo sforzo, provate per un attimo ad immaginarvela. Magari Franco ha girato il mondo, conosce a menadito gli anfratti del ponte di Brooklyn o le panchine di Nollendorf Platz a Berlino, ha fatto il globetrotter in America Latina e attraversato l’Europa, dalla Scandinavia al alla penisola iberica. Magari aveva una moglie, forse anche dei figli. O più probabilmente è solo. Oppure ha perso tutto, tranne che un paio di scarponi ed uno zaino. Magari ha conosciuto gli stenti, la fame, le botte, l’umiliazione. O forse si è mescolato per caso, per uno strano gioco del destino, tra il popolo dei senzatetto. Noi possiamo solo dirvi che dorme alla stazione di Cecina da alcune settimane. Che non ha freddo, nè fame. E che sorride sempre mentre parla, guardandoci dritto negli occhi con quell’aria da scienziato pazzo. Come se si prendesse gioco di noi. E magari lo fa. Con una compostezza ed una dignità ammirabili.
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Lo lasciamo ai suoi viaggi di fantasia - perché sicuramente Franco viaggia tanto, anche con la mente - e nel risalire le scale sotto la ferrovia incontriamo Gianna. Lei è italianissima, poco più di 40 anni e come Franco dorme alla stazione. Solo che stanotte è sveglia; nell’atrio di fronte alla biglietteria elettronica parlotta con due uomini. Guadagna una sigaretta, che però non si accende ma lascia cadere nella tasca del giaccone. Non si fa avvicinare, non vuole fotografie, si ritrae infastidita davanti all’obiettivo. Raccontano che anche lei sia una creatura della notte, ormai di casa fra sala d’aspetto e binari dove anche i pendolari meno attenti l’hanno ormai inquadrata. Fuori capita d’imbatterti in qualche tossico. Eroina e coca, non è un mistero, circolano.
Siamo nella stazione di Carlo Cassola, lo scrittore che 50 anni fa dai finestrini della littorina sulla tratta Cecina-Saline ha tratto spunti ed emozioni raccolte poi nel libro “Ferrovia locale”. Chissà se Franco e Gianna gli sarebbero piaciuti, forse avrebbe potuto trarre spunto dalle loro figure, tessendo su questi personaggi “ai margini” storie da trasformare in racconti.
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Inaugurata due giorni dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, la stazione di Cecina è oggi composta da 5 binari serviti tra 3 banchine con pensiline. Di giorno è frequentata da centinaia di passeggeri, perlopiù studenti e pendolari. D’estate è uno scalo turistico strategico per la costa degli Etruschi. Eppure, con gli anni, anche questa stazione ha pian piano perso “peso politico” nello scacchiere dei trasporti di Rfi. Meno collegamenti, meno servizi, biglietteria ridotta. L’ultimo schiaffo è di questi giorni con la cancellazione dall’11 dicembre delle due fermate del Frecciabianca, quella delle 7,57 e quella delle 19,49, col risultato che per raggiungere Roma con un treno veloce bisognerà recarsi a Campiglia, dove le fermate sono ben sei. Un taglio che ha provocato la reazione di Samuele Lippi sindaco di Cecina che col presidente del consiglio comunale Luigi Valori si è fatto provocatoriamente fotografare davanti ai binari con un modellino di Frecciabianca in mano, l’ “ultimo treno veloce rimasto”. Peccato che di fronte alle scelte strategiche di Rfi, si rimanga con un modellino in mano. E fine. Che a Rosignano, Bibbona, Castagneto non interessi avere un Frecciabianca per Roma?
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