Il presidio
Per sconfiggere la povertà c'è la casa condivisa: così più persone escono dal disagio
L’esperienza è iniziata in estate per 3 uomini e 2 donne. Ecco le regole e spazi condivisi negli alloggi forniti dal Comune
CECINA. «Se trovassi un lavoretto sarei davvero a posto». Alla soglia dei 64 anni dormiva in auto. Senza un lavoro. Fuori da tutto. Solo. È precipitato in una spirale di povertà e incertezze che ha rischiato di travolgerlo. Il sorriso gli è tornato dopo mesi di angoscia. Con un tetto e qualche certezza quotidiana. Un ruolo ritrovato e alcune regole da condividere. C’è tutto questo nel percorso di risalita di quest’uomo. Il primo passo lo ha fatto accettando di mettersi in gioco. Di coabitare, condividendo gli spazi di vita senza rinunciare alla propria autonomia. Inizia all’interno di un appartamento messo a disposizione dal Comune di Cecina la sua nuova vita. E così quella dei suoi due coinquilini. Ultra sessantenni, in forte disagio socio-economico.
«Devo prendermi cura del mio corpo e del mio aspetto». Importante è la dignità. Un’ovvietà per chi può fare da solo e non è inciampato. Un impegno per chi ha accettato di vivere tra queste mura. Ognuno ha la sua stanza. Dietro ogni porta ci sono le loro storie. Un oggetto. Una foto. Anche il modo di tenere in ordine gli abiti è uno specchio della persona.
Può sembrare incomprensibile. Ma tra questi uomini c’è chi ha dimostrato il suo impegno riuscendo a limitare il disordine, ad arieggiare ogni giorno la propria camera. E dà la misura l’orgoglio dell’unico fumatore di questa famiglia sui generis, abituato a viaggiare sulla media dei due pacchetti al giorno. Fa notare: «Gli altri non fumano e per non dare fastidio la sigaretta in casa non l’accendo». Non è poco per chi dagli altri era abituato solo a incassare rifiuti e indifferenza.
La povertà vista da fuori è una livella. Ma ha storie e vissuti diversi. Se non la tocchi cancella le persone. Mette in mostra solo l’evidente. I volti spariscono. Trasfigura. E fa rabbia, specie quando la mano tesa non è quella giusta. È lì, ma chi dovrebbe afferrarla non lo fa. E se ci riesce molla la presa. Non questa volta. Almeno per adesso. “Devo ricordarmi che si può migliorare la qualità della propria vita, solo se non si peggiora quella degli altri”, recita una delle regole della casa, quella che un tempo era abitata dal custode del cimitero comunale. Non è una cosa da poco rispettarla. Come quella che ricorda il dovere di collaborare con gli altri e di mettere a disposizione le proprie capacità. Quelle frustrate dagli stenti. Dimenticate o neppure immaginate. Basta poco a far muovere l’ingranaggio in nuove direzioni. Nessuno si fa illusioni.
Si sono incrociate e strette la mano anche due mamme. Avevano chiesto un aiuto. E si sono ritrovate a condividere la casa. L’appartamento il Comune è riuscito a trovarlo in affitto da un privato che ha accettato di aprire le porte al progetto. A loro e ai rispettivi due figli adolescenti. «Spero che quando usciremo da qui riusciremo a trovare case vicine». Lo dice mentre incrocia lo sguardo dell’altra. Tra queste pareti si respira un’aria diversa. Nessuna regola. Alle donne si è lasciato campo libero. Gestiscono la casa e si dividono i compiti. E tutto sembra funzionare al meglio. Lavori precari. Da stagionali. E vite scivolate su percorsi imboccati con leggerezza o subìti. Ma anche la determinazione a non arrendersi. Ad immaginare un futuro diverso. Ed i figli in questo sono un motore potente.
C’è un po’ di tutto negli sguardi dei protagonisti di queste storie. Alcuni hanno ritrovato la luce. Altri stanno muovendo i primi passi. Per tutti la coabitazione sembra funzionare. Allevia il senso di precarietà del vivere, di solitudine, in cui stavano precipitando. E apre a un nuovo modo di fronteggiare l’emergenza abitativa e il disagio. Le persone sono stimolate a prendersi cura, ad interessarsi l’una dell’altra. Una sfida anche per i servizi sociali del Comune. Potrebbe sembrare un modo per risparmiare: con una casa risolvo il problema di un tetto a più persone. C’è anche questo, ma è solo il punto di partenza.
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