Il Tirreno

Il giullare al Solvay «Non scritturate più quel Dario Fo»

di DINO DINI
Il giullare al Solvay «Non scritturate più quel Dario Fo»

Con “Isabella...” fece scalpore per le invettive politiche Il racconto di Dino Lessi: «Mi fu vietato di riportarlo qui»

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L’attore e scrittore Premio Nobel per la letteratura Dario Fo, morto ieri all’età di 90 anni, ha messo in scena i suoi spettacoli anche al teatro Solvay. E a Rosignano lo legano degli aneddoti riportati dallo storico direttore del Solvay Dino Lessi nel suo libro autobiografico. Ce lo racconta il giornalista ed editore Dino Dini.

di DINO DINI

Pittore (aveva frequentato l'Accademia di Brera), autore, attore, grande giullare, poeta, premio Nobel per la letteratura nel 1997 è scomparso a novant'anni Dario Fo un personaggio che con la moglie e collaboratrice Franca Rame (scomparsa anche lei nel 2013) insieme alla sua compagnia teatrale fu protagonista di tanti spettacoli negli anni d'oro del teatro Solvay. La prima volta di Fo su quel palcoscenico fu nel giugno del 1959 per la rappresentazione di "Ladri, manichini e donne nude".

La piece comprendeva quattro bozzetti da lui scritti pieni di satira pungente e d'impegno politico i cui titoli erano: "L'uomo nudo e l'uomo in frack" farsa musicale, "I cadaveri si spediscono, le donne si spogliano" farsa gialla, "Gli imbianchini non hanno ricordi" farsa per clown e "Non tutti i ladri vengono per nuocere" pochade. Era la prima volta che il pubblico di Rosignano assisteva ad un teatro di quel genere: ci furono applausi calorosi ma anche qualche perplessità e naturalmente si sprecavano i commenti pro o contro.

Alla fine dello spettacolo era stato previsto un incontro-dibattito fra gli spettatori e gli attori. Il luogo fissato fu una sala ristorante di uno stabilimento balneare di Rosignano dove buona parte del pubblico fra cui molti giovani e la compagnia si spostarono. Il dibattito fu acceso, ci furono molti interventi appassionati e parecchie domande alle quali risposero sia Dario Fo che Franca Rame. Fu una serata molto interessante perché quel pubblico capì che non c'era soltanto il teatro tradizionale ma anche un teatro diverso e di attualità. Una particolare caratteristica dei lavori di Fo è rappresentata dalla sua fantasia nel fare i titoli dei suoi pezzi così capaci di suscitare curiosità e interesse.

Particolarità questa che si ritroverà sempre anche nelle titolazioni delle sue commedie successive. Dario Fo tornerà a Rosignano negli anni seguenti in altre sue commedie, sempre musicate da Fiorenzo Carpi con "Gli arcangeli non giocano a flipper", "Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri" e "Chi ruba un piede è fortunato in amore". Ma il suo miglior lavoro presentato al teatro Solvay fu "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe". I suoi spettacoli tutti molto divertenti e critici nei riguardi del capitalismo e del potere, ebbero sempre un grandissimo successo. A questo proposito vale la pena ricordare quanto ebbe a scrivere Dino Lessi nel suo libro "Una vita per il teatro all'ombra delle ciminiere" edizioni Il Gabbiano del 1999.

Lessi, il grande direttore del teatro Solvay in quel tempo dice: "Quando presentò il suo miglior lavoro "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe" denso di opinioni politiche, il presidente dell'Università Popolare (incaricata dalla Società Solvay di gestire il teatro) mi vietò di scritturarlo per le stagioni future".

Insomma quel modo di fare teatro di Dario Fo così poco evasivo e molto politicamente impegnato fu bandito per sempre per la platea del teatro Solvay. Questo episodio testimoniato da Dino Lessi oggi può stupire e muovere anche a un compassionevole sorriso, ma si può comprendere, anche se non giustificare, riportandoci a quei tempi in cui la lotta politica fra opposte fazioni era estremamente radicalizzata.

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