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La tragedia del Moby Prince 25 anni in cerca della verità
La giornalista Elisabetta Arrighi ricostruisce in un libro la storia dei 140 morti «La commissione parlamentare d’inchiesta? Può fare qualcosa sui soccorsi»
CASTIGLIONCELLO. Sono trascorsi 25 anni: quel tragico 10 aprile 1991 Elisabetta Arrighi, giornalista di razza, rosignanese, se l’è impresso nella mente. Era in redazione al Tirreno di Livorno, ultimo “giro” di notte, quando arrivò al centralino una telefonata che pareva farneticante. Un uomo diceva di aver visto un fuoco in mezzo al mare davanti al porto. «Chiamai l’avvistatore marittimo - racconta Arrighi - e sentii il gracchiare delle radio. Capii subito che c’era qualcosa che non andava». Giusta intuizione. Col fotografo, sul vespino, si precipitò alla Capitaneria. Un’ora dopo la conferma: una nave in fiamme. Il resto è storia. La storia del più grande disastro della marineria italiana in tempo di pace: la tragedia del Moby Prince, dove morirono 140 persone.
Per Elisabetta Arrighi quella vicenda, seguita da cronista, è il caso più eclatante della sua lunga carriera cominciata giovanissima. Un caso che è diventato un libro: "Moby Prince. Novemila giorni senza verità” edizioni ETS. Elisabetta Arrighi (giornalista di nera e giudiziaria, inviata e infine responsabile del settore culture del quotidiano "Il Tirreno" di Livorno) racconta quella tragedia ripercorrendo passo dopo passo la cronaca, le testimonianze, la lunga vicenda processuale. E infine il lavoro della commissione d’inchiesta istituita nel 2015 al Senato della Repubblica, lavoro che si dovrà concludere nel 2017. Perché quella del Moby Prince, il traghetto diretto in Sardegna in cui morirono 140 persone per la collisione appena fuori dal porto di Livorno con la petroliera Agip Abruzzo, è ancora una storia irrisolta. Un quarto di secolo in cerca di verità e giustizia per i 140 morti. Per le madri, i padri, le sorelle, i fratelli, gli amici delle vittime un calvario. Novemila giorni dopo parlano familiari, testimoni, inquirenti, consulenti, avvocati, politici. Per cercare di dare una risposta ai tanti interrogativi insoluti.
Davvero questa tragedia dovrà rimanere senza una soluzione?
«L’unica possibilità è che vengano messe a disposizione le immagini satellitari da parte del governo degli Stati Uniti. Una richiesta in questo senso è stata avanzata dall’associazione dei familiari del comandante Chessa (morto nella tragedia, ndc) ma ha avuto esito negativo. Le immagini satellitari potrebbero chiarire la posizione esatta della petroliera, l’orientamento della prua».
La commissione d’inchiesta può riaprire il caso?
«La commissione può fare qualcosa sui soccorsi, che non furono coordinati. In questi anni, dalle testimonianze e dalle carte processuali, si è detto tante volte che la morte sul Moby Prince non arrivò in 30 minuti, ma probabilmente passò un’ora e mezzo. Sulle auto nel garage del Moby furono trovate tante impronte tutte diverse, e secondo anche un filmato dei vigili del fuoco probabilmente erano di passeggeri che cercavano una via di fuga».
Ci sono ancora tanti punti oscuri in questa vicenda, che il libro rimette insieme. Sarà possibile fare chiarezza, come chiedono i familiari delle vittime, il Comitato dei 140?
«Alcuni aspetti sono stati chiariti, altri sono ancora incerti nonostante le lunghe vicende processuali. Dalla nebbia ai tempi di soccorso. Io credo che la tragedia sia dovuta a un concatenarsi di eventi. La nave aveva dei problemi: aveva una radio con cali di potenza, navigava con prescrizione perché doveva sostituire il mozzo di un’elica, aveva avuto un guasto al timone».
Nel 2012 la tragedia della Concordia: ci sono delle analogie?
«Sono due casi diversisissimi, ma un punto in comune c’è: è quello del sistema dei soccorsi. Dopo la tragedia del Moby si parlò di istituire il Vts (un sistema di controllo satellitare del traffico marittimo) per aumentare la sicurezza. La prima prova di funzionamento è stata fatta dopo l’incidente della Concordia. E ancora il sistema non è in funzione».
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