Il Tirreno

Danesin, passione e politica

di Andrea Rocchi
Danesin, passione e politica

È morto a 74 anni: sindaco, assessore, presidente di Mascagni e Ensemble

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ROSIGNANO. Come quando, quella volta, in una stancante seduta di un consiglio comunale il compianto Loredano Bertucci, visto che l’ora era tarda, lo guardò per dirgli: e adesso che si fa? Finì con una bella spalla di prosciutto affettata e distribuita ai consiglieri affamati. Decise lui, Beppe. O come quando, al concerto di Guccini al Pasquini, sindaco di Rosignano si alzò piedi a cantare a squarciagola “La Locomotiva” con la stessa energia e passione con cui difendeva, in ogni occasione ed in ogni contesto, le proprie idee e convinzioni.

Per raccontare chi era Giuseppe Danesin, per tutti Beppe, non basterebbe una pagina di questo giornale. Ci proviamo, partendo da quanto lui stesso raccontò alcuni anni fa a Foresta Bianca: «Mi chiamo Giuseppe Danesin, e sono nato nel 1942. Mi chiamo così ma non come San Giuseppe, bensì come Iosif perché allora c’era da salvare la libertà e c’era un certo Stalin che, per chi si trovava sotto la dittatura fascista, era un faro di libertà e speranza». Famiglia antifascista, due sorelle più grandi, Rosa (come Rosa Luxemburg) e Luisa, il padre Sante era originario di Sambughè (comune di Preganziol tra Treviso e Venezia), partigiano, prima socialista poi comunista. Emigrati dal Veneto in Toscana, si stabilirono a Luciana, poi a Rosignano dove Sante aprì una bottega di falegname e costituì la prima cellula antifascista nei primi anni ’30. Sin da bambino, all’età di 8-9 anni, Giuseppe faceva politica distribuendo l’Unità per fondare più tardi un club - la Dacia - due stanze che diventarono il primo laboratorio politico di sinistra e dove Danesin, segretario dei Giovani Comunisti, s’incontrava col sindaco di allora Demiro Marchi, con Roberto Lucchesi del Psi e Carlo Rotelli dei giovani democristiani. Erano i primi anni ’60, gli anni di Kennedy e Papa Giovanni. Sognava di fare il marinaio ma il cognato, che sulle navi ci aveva lavorato, lo sconsigliò. Si diplomò al Magistrale Angelica Palli e fece il maestro elementare all’Ernesto Solvay negli anni in cui - sotto la direzione Benincasa - si svilupparono la scuola integrata e nuovi modelli didattici.

L’attività politica, iniziata nella Fgci, lo porta presto ad occuparsi di cose da fare. Ed inizia la sua attività di amministratore. Dal 1969 al 1980 è assessore all’Urbanistica al Comune di Rosignano, in quegli anni lega la propria attività alla realizzazione di centinaia di alloggi Peep, del palasport di via Nievo, del recupero del Castello di Marittimo, all'acquisto del Pasquini. Ma un’impronta ancor più marcata la lascia nei dieci anni in cui è sindaco di Rosignano, dall’80 al ’90. Realizza la prima metanizzazione del territorio, il depuratore di Rosignano Solvay, il riassetto della rete fognaria, chiude le varie discariche (compresa quella sul Fine) ed apre Scapigliato, rilancia il gemellaggio e il ruolo del Castello Pasquini come centro di convegnistica (nel 1982 debutta “Il bambino tecnologico”) ed apre, poi, alla grande danza con il legame che lo legherà al coreografo belga Micha Van Hoecke. Si ricorderà - di Danesin - anche la fermezza con cui nel 1988 difese l’esito del referendum popolare che bocciò il Pvc nello stabilimento Solvay.

Dal 1990-1995, poi, è stato assessore alla cultura della Provincia di Livorno. Si deve al suo impegno il completamento del Museo di Storia Naturale di Livorno con l'Orto Botanico del Mediterraneo. Nel 2002 viene nominato presidente del consiglio di amministrazione dell'Istituto «Mascagni» di Livorno, dove resta fino al 2006.

Chiusa la fase degli incarichi, Beppe Danesin non è tuttavia mai uscito dalla politica. Aveva allestito un cenacolo culturale-gastronomico con gli amici di sempre. Si ritrovano a cena (la cucina altra sua grande passione...), insieme per parlare di questa politica così cambiata. Lui, comunista del Pd, non certo ortodosso renziano, partigiano dell’Anpi, che amava dare braccia alle idee, concretizzare gli spunti. Ultimamente si era ammalato e il 25 marzo scorso aveva voluto convolare a nozze con Marisa Macchioni, la compagna di tanti anni. Lo ha fatto all’ospedale di comunità, con una festa per pochi amici. Con le figlie Valentina e Ilaria. «Mi è venuto in mente Ettore Scola - disse - che aveva lasciato detto di dargli l’addio con una festa». Sentiva il peso della malattia. Oggi lo piangono in tanti, anche i suoi avversari politici di tante battaglie.

Ciao Beppe.

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