Partorire in Burkina storie di donne viste da un’ostetrica
L’intervista. Lia Burgalassi continua il suo volontariato in Africa col Progetto Matteo e il Movimento Shalom
CECINA. Il Burkina Faso, nel cuore dell'Africa Occidentale, è considerato uno dei tre paesi più poveri del mondo con un reddito pro capite annuo che si aggira intorno ai 1500 dollari, e un'età media che arriva ai 56 anni di età. Il primo viaggio verso il Burkina, Lia Burgalassi, ostetrica specializzata in cooperazione sanitaria internazionale, lo ha fatto ben 14 anni fa e da quel momento non si è mai fermata, lavorando con il “Movimento Shalom” di San Miniato al “Progetto Matteo”, che ha come partner economico Unicoop Tirreno. Il “Progetto Matteo” nel Nord del Burkina Faso è partito nel 2002 per volere di due genitori che hanno perduto il figlio e hanno deciso di convertire quell'immenso dolore nella speranza e nella solidarietà; è da quel preciso momento che parte la storia di Lia Burgalassi in Africa.
«Fui contattata da Unicoop che mi chiese se ero disponibile come volontaria e decisi di partire. Con questo progetto abbiamo costruito un orfanotrofio letteralmente ai confini del mondo a Gorom Gorom, in una zona pre-desertica a 300 Km da Timbuctu».
Quali sono i principali problemi delle donne del Burkina? «Uno dei problemi più grossi è la morte per parto, spesso una condanna a morte anche per i bambini, perché non c'è accesso al latte artificiale e i padri non accudiscono i figli di una madre morta. Altri problemi riguardano le mutilazioni genitali femminili, la diffusione dell'Hiv, i matrimoni precoci. L'orfanotrofio per molti bambini è un'ancora di salvezza. Al momento ne ospitiamo 26 e vanno da 0 a 4 anni. L'intera struttura è grande 1600 mq e dal 2002 abbiamo ospitato 150 bambini. Accanto all'orfanotrofio c'è un dispensario farmaceutico, infermiere, e un reparto maternità che ho progettato cercando materiali recuperati dai nostri ospedali e formando il personale locale. In questo periodo stiamo lavorando alla progettazione di un edificio per la macinazione dei cereali per realizzare una farina iperproteica per combattere contro la malnutrizione infantile».
Il “Movimento Shalom” cerca con i suoi progetti di intervenire sull'indipendenza economica?
«Questa è una caratteristica fondamentale e avviene coinvolgendo il personale locale e cercando di dare gli strumenti utili a favorire il lavoro. Nel nostro progetto abbiamo aperto anche l'Hotel Dune, che impegnava personale locale ed aveva una sua peculiarità per il turismo nella rotta per Timbuctu. Fino al 2012 ha lavorato così bene da garantire 3500 presenze annue e insieme all'orto, costruito grazie a due pozzi d'acqua e all'allevamento di capre, il sostentamento per l'intera struttura. Poi però è arrivata la guerra in Mali, la situazione è precipitata, l'Hotel si è svuotato».
Cosa consigliare a chi volesse percorrere il suo stesso cammino?
«La strada della cooperazione internazionale può seguire tanti percorsi, ci sono numerose associazioni attive da Emergency, a Medici senza frontiere, ma penso anche alla locale Pangono. L'attività di cooperazione continui a farla anche una volta che sei tornato in Italia comunicando agli altri la tua esperienza. È un dovere in un momento di egoismi collettivi, di chiusura nel personale. In questi giorni abbiamo anche attivato una pagina Facebook per raccontare il nostro progetto: “Amici di Casa Matteo”».
Cosa le ha insegnato l'Africa in tutti questi anni di volontariato internazionale?
«L'Africa è distante da noi per cultura, ambiente e stile di vita ma io la sento vicina e ogni volta mi sembra di tornare a casa. Due aspetti importanti legati alle mie esperienze africane sono nella concezione della vita percepita in una naturale fluire che la lega alla morte e poi il senso del tempo. Un detto africano recita “Voi occidentali avete gli orologi, ma noi abbiamo il tempo”. Esperienze di questo genere ti abituano ad aprire la mente, a comprendere le ragioni degli altri, non affrontare ogni imprevisto più piccolo della vita come una crisi».
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