Il Tirreno

Una storia di guerra sepolta in un rifugio - Video

di Alessandro Bientinesi
Un ingresso del vecchio rifugio di guerra nella zona del torrente Acquerta
Un ingresso del vecchio rifugio di guerra nella zona del torrente Acquerta

Riparbella: due uomini si ritrovano dopo 72 anni e riportano alla luce una vicenda vissuta durante la seconda guerra mondiale. E il mistero di 4 tedeschi morti

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RIPARBELLA. Un rifugio di guerra. Il buio, la fame e la paura. Le mitragliatrici dei tedeschi lontane pochi metri, i caccia americani che volano bassi. Una corsa nel campo di granturco per scappare dalle bombe. Le schegge incandescenti che passano vicino alla testa e cadono ai piedi. La guerra e i morti. Le stragi dei nazifasciti. E finalmente la liberazione, la fine di un incubo. La vita torna a scorrere.

Tutti frammenti di una storia rimasta nascosta per più di 70 anni. Chi l'ha vissuta nel 1944 era un bambino. Oggi ha più di 80 anni e quei frammenti, conservati in un diario o raccontanti ai figli e ai nipoti, ha deciso di ricomporli e renderli pubblici. Dando forma ad una storia rimasta sepolta come quel rifugio vicino al torrente Acquerta, confine tra i Comuni di Cecina e Riparbella, dove vissero giorni terribili ma pieni di solidarietà e speranza. Quei bambini, oggi ultraottantenni, riusciranno a sopravvivere all'orrore della seconda guerra mondiale. Dopo aver condiviso la vita in mezzo alla macchia, però, non si troveranno e parleranno più, pur vivendo nella stessa città. Fino a poco tempo fa. Quando, grazie alle carte topografiche di quel ragazzino divenuto geometra e ai ricordi e punti di riferimento dell'altro bambino, bravo a orientarsi grazie al suo lavoro di pescatore, finalmente questo racconto si è trasformato in una memoria da tramandare alle future generazioni. Gianfraco Vallini e Lido Serafini: sono loro gli ultimi testimoni viventi di quel rifugio di guerra e di ciò che accadde in quella zona tra l'inizio del 1944 e il passaggio del fronte avvenuto nel giugno dello stesso anno.

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La costruzione del rifugio. «Ho vissuto per alcuni mesi con i miei genitori e i miei fratelli in un rifugio vicino al torrente Acquerta. Avevo otto anni nel 1944, ma ricordo bene tanti particolari di quella zona e dei giorni vissuti con la paura di essere scoperti». Racconta Lido Serafini, 80 anni ex pescatore, per gli amici Kid. Un soprannome che “profuma” di americano. Significa bambino. Forse lo chiamarono così gli alleati, forse semplicemente gli amici che già leggevano il fumetto Nembo Kid.

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«Eravamo sfollati e in quel riparo eravamo almeno cento persone - ricorda Kid -. Vicino al torrente Acquerta c'era un campo di granturco e una collina che in cima terminava con un grosso blocco di tufo. L'ideale per scavare un rifugio sotterraneo. Ci lavorarono molte persone e anche un ragazzino poco più grande di me». Quel ragazzino è Gianfraco Vallini. Classe 1932, appena dodici anni in quel tragico 1944. «In quel rifugio all'Acquerta ci sono stato pochi giorni, perché era scomodo. Eravamo costretti a stare seduti nelle gallerie con la schiena appoggiata al terreno umido e le gambe che toccavano la parete opposta - racconta l'ex geometra -. Insieme a mio padre, però, collaborai alla sua costruzione. Salimmo sulla collinetta che era sopra il tufo e con l'orecchio mi misi ad ascoltare i colpi di piccone di chi lavorava sotto. In quel modo, e con un sistema artigianale formato da quattro canne, riuscii a dare delle indicazioni utili affinché i due lati delle gallerie principali si potessero ricongiungere in un punto». Quando gli operai improvvisati si incontrarono, grazie anche alle indicazioni certosine del futuro professionista cecinese, ci fu una piccola festa. Un fiasco di vino da dividere tra tutti, niente di più.

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In quella sorta di casa sotto terra e tufo trovarono ospitalità tantissime persone, molte delle quali provenienti da Livorno. E anche quattro soldati tedeschi delle vicine postazioni delle mitragliatrici. «Erano molto giovani e avevano paura, quindi spesso venivano a ripararsi con noi in mezzo alla macchia», racconta Lido "Kid" Serafini.

Il passaggio del fronte. Tra la primavera e l'inizio dell'estate del 1944 il fronte si avvicina. Le "cicogne" alleate, aeri da ricognizione, fanno passaggi sempre più frequenti sulla zona del rifugio. Forse perché insospettite dalla presenza dei soldati tedeschi, decidono di attaccare. «Io avevo già lasciato il rifugio con la mia famiglia il giorno del bombardamento - ricorda Gianfranco Vallini -. Ero vicino a Collemezzano quando fummo cannoneggiati con degli ordigni che noi chiamavamo sdrappe. Mentre correvo le schegge ci passavano vicinissime, non so come sia riuscito a non restare ferito o ucciso. Uno dei frammenti incandescenti mi cadde vicino ai piedi, lo raccolsi e lo portai con me». E sulla scrivania del suo studio di Cecina, in mezzo a tanti ricordi di una vita piena e soddisfacente, Vallini ce lo mostra.

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Il bombardamento. Sotto il fuoco alleato c'è anche Lido "Kid" Serafini. «Un caccia fece un primo passaggio sopra il rifugio dove eravamo. Prima che tornasse con i miei genitori e i miei fratelli scappammo verso il torrente. L'aereo, però, tornò e sembrava di essere sulla scena di un film. Ricordo come se fosse oggi che sentivo le esplosioni, il fuoco e le schegge alle mie spalle. In mezzo a quel campo di granturco corsi e riuscii a salvarmi e con me tutta la mia famiglia».

Pochi giorni dopo i quattro soldati tedeschi vengono trovati uccisi. «Non erano rimasti feriti dal bombardamento - precisa Kid -. Erano più esecuzioni, colpi alla testa. Non so chi li abbia freddati, se i fascisti, i tedeschi che li accusavano di tradimento o i partigiani, ma non vorrei che queste morti avessero provocato le rappresaglie nei comuni vicini, come nel caso di Guardistallo».

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