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Come i Nativi: la danza del sole dell’uomo bianco

Come i Nativi: la danza del sole dell’uomo bianco

Alessandro Martire in difesa degli indiani: «La faccio tuttora. È il dono della nascita»

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CECINA. L’importanza della convivenza pacifica tra civiltà è il messaggio principale delle mostra “Nativi. Sulle tracce dei popoli delle Grandi pianure” aperta alla Fondazione Geiger fino al 14 febbraio. La loro cultura, gli oggetti della vita quotidiana, le armi e i costumi servono a ricostruire uno spaccato di ciò che fu sistematicamente distrutto dagli europei.

Alla difesa della cultura dei nativi in Europa si dedica il fiorentino Alessandro Martire, avvocato presso l’Alto commissariato dei diritti dell’uomo di Ginevra della nazione Lakota Sioux di Rosebud, che ha vissuto dieci anni nella riserva indiana. «Nel 1978 dopo il diploma andai a studiare alla Columbia University – racconta –. Desideravo incontrare gli indiani d’America quindi scelsi una tesi sulla criminalità nelle sottoculture americane e andai a fare ricerche nella riserva di Pine Ridge, che volevo conoscere da sempre. Dopo la laurea tornai in riserva e ci rimasi dieci anni, cercando di aiutare gli indiani con la mia laurea e a tutti gli effetti diventai uno di loro. Trovai subito nella spiritualità Lakota qualcosa che cercavo da sempre e che la religione monoteistica cristiana con cui ero cresciuto non mi dava». Martire ha abbracciato la cultura indiana al punto da effettuare la danza del sole, uno dei riti più solenni che prevede la foratura della carne del petto (come nel film “Un uomo chiamato cavallo”), ed è documentato in mostra.

«Sono stato il primo bianco nel 1982 a fare la danza del sole e la faccio tutt’ora – afferma –. Il rito rappresenta il dono della nascita perché l’albero è l’elemento maschile, la terra quello femminile e la corda il cordone ombelicale. Come la madre ci ha dato il più grande dono della vita, l’uomo, che non genera ma concorre a procreare, una volta l’anno nel solstizio d’estate può replicare l’atto della nascita. Quindi strappare la carne con gli artigli dell’aquila come quelli in mostra o con le schegge è come quando la mamma ha dato il sangue e il dolore per generare, rompendo il cordone e dando alla persona una sua autonomia. È un momento di umiltà in cui noi preghiamo per gli altri, questo è il significato conciso».

Martire, che per 16 anni ha insegnato antropologia culturale all’Università di Firenze, ha fondato l’associazione Aquila chiazzata (Wambly gleska) con cui dal 1994 sostiene i Lakota – Sioux di Rosebud con azioni culturali, umanitarie e politiche. Tra queste il loro riconoscimento come nazione presso i governi locali e lo stato italiano, service umanitari per donare attrezzature e medicinali, rapporti culturali come scambi di studenti. Tra le prossime iniziative una mostra a Pistoia in aprile e un programma macrobiotico per equilibrare l’alimentazione dei nativi, afflitti all’80% da diabete tipo 2.

Federica Lessi

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