Il Tirreno

Elia vola in cielo tra una folla di amici in lacrime

di Alessandro De Gregorio
Elia vola in cielo tra una folla di amici in lacrime

Chiesa gremita per i funerali del diciassettenne A fine messa lancio di palloncini e lanterne luminose

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SAN VINCENZO. C’è un punto in cui dolore e amore si saldano, si fondono, si compensano tenendoti in equilibrio sopra il vuoto.

Un punto in cui si sciolgono le lacrime e no, non puoi proprio trattenerle, ma qualcosa ti impedisce di sprofondare nell’abisso.

Quel punto è stato toccato ieri ai funerali di Elia Barbetti. Una settimana fa il diciassettenne precipitava dal sesto piano di un albergo, a Milano, dove si trovava insieme ad altri liceali del Fermi per una gita scolastica. Ieri pomeriggio un’intera comunità si è radunata per lui a San Vincenzo, in piazza Giovanni XXIII, nella chiesa di Sant’Alfonso.

Anzi, dentro e fuori dalla chiesa, perché non c’era abbastanza spazio per contenere tutti. Amici, parenti, compagni di scuola, compagni di squadra con indosso i colori amaranto. Una vera folla di persone.

Tutti stretti attorno alla madre Sara Rabà, al padre Eros, alla sorella Rebecca, allo zio Guido, ai cugini.

Tutti sconvolti per la perdita di questo ragazzo, e per il modo assurdo con cui se ne è andato. Giù da una finestra, di notte, in preda a un malore.

«Muor giovane colui ch’al cielo è caro» scrisse il Leopardi citando l’antico commediografo greco Menandro («Muor giovane colui che gli dei amano»). Perché ci hanno provato in tanti a dare un senso alla morte giovanile. Poeti, filosofi, religiosi.

Ci hanno provato a dare una spiegazione, un perché, un motivo. Ma morire a quell’età non ha senso. Mai.

«Le parole non hanno senso», come ha ammesso persino il parroco ieri durante l’omelia funebre. Parroco che poi ha concluso il proprio intervento con un’esortazione rivolta ai ragazzi: «Amate i vostri genitori, amate la vita».

Anche Elia amava i genitori e la vita. D’inverno studiava, d’estate dava una mano nel negozio della madre, a Populonia. Elia amava anche il calcio, l’Inter e il “suo” San Vincenzo: giocava a pallone ed era pure un piccolo talento. Quella maglia amaranto con il numero 10 era in chiesa, accanto alla sua foto, tra fiori e cartoncini con altre dediche degli amici.

Ne aveva tantissimi, di amici. A Piombino, dove abitava; soprattutto a San Vincenzo, dove giocava e dove era cresciuto; e anche a Cecina, dove studiava.

Aveva “personalità”, uno dei suoi simpatici tormentoni con cui ora viene ricordato.

Solo diciassette anni e tanta stima, tanto fascino, tanto amore intorno a lui. Elia aveva dentro una luce speciale ed è quella luce che ha lasciato nei cuori di chi lo ha amato.

Ma ha lasciato anche dolore. Un dolore appuntito, acuminato. Bastava incrociare gli sguardi dei familiari o di qualsiasi ragazzo ieri in chiesa per capire che no, non ha senso morire così. E’ inaccettabile.

L’unico conforto, a parte la fede (per chi ce l’ha) è l’amore. E’ il ricordo. E nel ricordo di Elia i ragazzi hanno letto un messaggio, hanno pianto in silenzio, hanno applaudito a fine messa prima di liberare nel cielo lanterne luminose e il nome del loro amico formato da palloncini. Per poi intonare cori da stadio («Uno di noi, Elia uno di noi», «Sempre con noi») e abbracciarsi, tutti. Abbracciarsi fino a farsi male, singhiozzando.

Elia precipitato, Elia volato in cielo. Sempre più in alto. Anche le parole possono aiutare ad alleviare il dolore. Anche la musica.

Anche una foto, una battuta, anche un ricordo. Qualsiasi frammento di emozioni vere, pure.

In questo senso su Facebook il gruppo “Un pensiero per Elia” sta diventando un collage prezioso, un album ricco di cose belle. Ci sono messaggi che ti riconciliano con te stesso e con la vita, capaci di cancellare persino le cattiverie che non sono mancate nemmeno in questa vicenda.

E anche mamma Sara, ieri poco prima della cerimonia, ha postato sulla propria bacheca una bella dedica per il figlio: «Amore mio, a te, la nostra canzone prima di ogni partita. Non aver paura Nino, adesso più che mai, è solo pace, luce ed amore. Gioisci, tu sei immortale».

Quella canzone è “La leva calcistica della classe '68”.

«Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia», cantava Francesco De Gregori.

Elia, nei suoi brevi diciassette anni, con quel sorriso un po’ così e un fisico da guerriero, quelle doti aveva dimostrato di possederle.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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