Le tre contraddizioni del «primo cognato»
Dal rapporto con la vittima, alla presenza nella zona in quel periodo: ma nessuno lo aveva mai visto
LIVORNO. C’è un codice d’onore, non scritto, ma conosciuto anche da viene da Trentola Ducenta come Ernesto Fiumicello, che impone al primo cognato di risolvere i problemi delle sorelle più piccole della moglie.
Ed è proprio con la definizione di «cognato più grande» che l’ex muratore sessantenne si è presentato al giudice cercando di spiegare il suo ruolo all’interno della famiglia Della Volpe-Granata durante l’interrogatorio di garanzia.
Una sfumatura, dentro a un delitto con un movente parentale come quello di Francesco Della Volpe, che non è passata inosservata agli investigatori.
Certo, non era la confessione che il pubblico ministero e i carabinieri sognavano di ascoltare, magari corredata dal nome del complice archiviato come ’Ignoto 2’, ma è un segnale: una stele di rosetta che potrebbe tradurre molto di quello che è successo nei giorni precedenti al 30 giugno 199, data del delitto e il silenzio che è calato nei 24 anni seguenti.
Un particolare che va ad aggiungersi alle tre contraddizioni in cui l’indagato sarebbe caduto durante i settanta minuti in cui è rimasto davanti al giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno.
1. «Andavo spesso a Cecina»
L’ex usciere della Regione Toscana, ora assistente sanitario dell’Asl di Firenze, ha spiegato come tra il 1988 e il 1991 salisse spesso dal Casertano dove viveva e lavorava come spazzino, per venire in Toscana.
Bene, questa dichiarazione verrebbe smentita dalla ormai ex moglie dell’indagato che sentita a sommarie informazioni dai carabinieri, avrebbe spiegato come, al contrario, il marito «venisse raramente». Non solo.
Perché Fiumicello ha raccontato anche di fare spesso lavori con il cognato nei cantieri edili. Ma nonostante questo non ricorderebbe i nomi di luoghi, compagni di lavoro e committenti. E nessuno di ricorderebbe di lui.
2.Le minacce
C’è una dichiarazione della sorella della vittima, Rossella Della Volpe, messa a verbale nel 1991 e confermata anche nell’inchiesta bis, nella quale ha raccontato che nei giorni immediatamente precedenti all’uccisione, il fratello le confidò di sentirsi perseguitato dalla moglie nonché il cognato di questa «che lavorava come spazzino a Trentola Ducento».
Davanti a queste contestazioni Fiumicello ieri ha spiegato che in quei giorni è vero che chiamò spesso il cognato ma «perché cercava lavoro».
Difficile pensare che quelle conversazioni, se fossero state di argomento professionale, abbiano avuto i toni minacciosi di cui la vittima parlò con la sorella.
3.No guanti in cantiere
La linea difensiva di Fiumicello e del suo avvocato rispetto al Dna trovato sulla scena del crimine sui guanti e sul cappellino è semplice: quelle tracce biologiche sono finite su quelli indumenti perché il cognato della vittima li usava durante il lavoro.
Possibile per il cappellino, ma molto meno probabile per i guanti.
A smentire questa ipotesi, c’è un collaboratore di Della Volpe che sentito all’indomani della riapertura dell’inchiesta bis, nel gennaio del 2013, ha categoricamente escluso l’utilizzo, per ragioni di lavoro, di guanti in gomma in quel periodo.
Federico Lazzotti
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