Così porteremo il terzo tempo dentro le carceri
Amatori Rugby Toscana lancia “La palla difettosa” un progetto di rieducazione attraverso lo sport
SAN VINCENZO. Il terzo tempo è un gesto tecnico e atletico fondamentale nella pallacanestro. Ma è anche il momento di comunione alla base del nobile spirito del mondo della palla ovale, in cui vincitori e vinti si riuniscono dopo essersi incontrati sul campo per bere e mangiare insieme condividendo la passione per il loro sport. Il terzo tempo, nel rugby, può essere altro ancora. Per esempio un modo per scalare, come Sisifo figlio di Eolo ed Enarete, il monte Calvario formato dalla stratificazione dei propri errori. A volte anche da un solo errore. Errori che hanno fatto soffrire altri e che hanno confinato i rei che hanno il mondo in una stanza e lo vedono attraverso sbarre strette. Spingono sul monte Calvario la palla bistonda della propria pena, e per aiutare i molti Sisifo ecco che il rugby entra nelle carceri. Per educare, rieducare, trovare un senso alla vita insolita di uomini non comuni, perlopiù sconosciuti al mondo e distanti dall’universalità dei miti greci. Nasce così l’Amatori Rugby Toscana. Un progetto per cui i fondatori di questa nuova realtà si sono uniti all’associazione Libera e al presidio Rossella Casini di Castagneto Carducci e San Vincenzo. Una Onlus costituitasi a Castagneto nei giorni scorsi e che promuoverà nelle prigioni gli ideali alla base del rugby.
A fondarla persone tutte provenienti da società rugbistiche della zona, come il Rugby Etruria Piombino, che in tal modo darà continuità ai molti progetti socioculturali di questi anni. Vengono da Piombino, San Vincenzo, Castagneto e dintorni. Sono Michele Scienza (che ne è il presidente), Arienno Marconi (vicepresidente), Sergio Panicucci (segretario), Stefano Maganzi (rapporti con la stampa) e Bruno Deiana (consigliere).
“La palla difettosa” è il nome del progetto che l’Amatori Rugby Toscana porterà avanti. Una palla difettosa come quella da rugby, perché la palla è tale se è rotonda, e se è ovale o non è una palla o è una palla venuta male. Ed è questo difetto che unisce la palla ovale e i detenuti, individui ritenuti non proprio quadrati. «Le cose difettose – dicono i fondatori della società – o si buttano via o si mettono da una parte e lì restano, non interessano più a nessuno. Con una cosa difettosa non si potrà mai fare nulla. Ma in realtà non è così». No, non è così. Perché a volte anche il mondo è ovale e non è detto che vada lasciato lì, da una parte, dimenticato nell’universo. Il mondo difettoso va migliorato e deve cercare riscatto. Come i detenuti attraverso il rugby.
«Spesso il concetto di carcere come riabilitazione viene dimenticato – proseguono –. Crediamo che il rugby possa essere uno strumento per ridare dignità ai detenuti, alleviare la vita carceraria e, per il futuro, favorire un miglior inserimento nella società civile». Il progetto iniziò lo scorso anno grazie all’educatore Paolo Madonni, che ne ebbe l’idea e che vi coinvolse Massimo Mansani e Marcello Serra, due ex giocatori di rugby. I tre hanno iniziato insieme, con la collaborazione della direzione del carcere di Porto Azzurro, spiegando le regole di questo sport e insegnando a giocarvi. Il progetto ha coinvolto una trentina di detenuti tra i 25 e i 35 anni d’età. Tre detenuti hanno ottenuto il trasferimento alla casa circondariale delle Molinette a Torino dove l’esperienza del rugby va avanti da anni e dove la squadra che ne è scaturita milita in serie C. Il progetto conta con la collaborazione della Federazione Italiana Rugby. E nei prossimi giorni la nuova sfida inizierà proprio da Porto Azzurro.
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