Il Tirreno

Contro ogni violenza un uomo eroe in carcere per amore

di M. Antonietta Schiavina

L’intervista. L’attore Blas Roca Rey interprete della piéce in scena domani al Solvay racconta il dramma di “Ferro”

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ROSIGNANO SOLVAY. Sensibilizzare la società civile al problema della violenza e del femminicidio, in supporto al Progetto Codice Rosa – segnalazione, cura e custodia delle persone oggetto di violenza-, nato nel 2010 a Grosseto da un'idea di una dottoressa del Soroptimist ed esteso alle Asl della Toscana, fino a diventare (nel 2014) un protocollo di legge della Regione. Questo lo scopo di Ferro (sul palco del Teatro Solvay domani, venerdì 6 marzo, alle ore 20.30), lo spettacolo voluto da diversi club, di servizio e non, del territorio livornese; e coordinato dal Rotary di Castiglioncello, Soroptimist Italia e Club di Livorno.

Un testo intenso, crudo, a tratti tenero, scritto da Francesco di Chio e diretto da Marco Mattolini, con musica di Ugo Dorato. Protagonista un uomo (interpretato dall'attore peruviano Blas Roca Rey, legatissimo alla Toscana, patria d'adozione della sorella Sandra, nota restauratrice a livello mondiale) che, rinchiuso in prigione per omicidio, ricostruisce la notte che gli ha cambiato per sempre l'esistenza: quella in cui quattro delinquenti mascherati violentano e uccidono la sua compagna (l'attrice genovese Monica Rogledi).

“Un terribile viaggio verso l'elaborazione di un dramma devastante- spiega Roca Rey- con la consapevolezza che solo affrontando i propri fantasmi si può ricominciare a vivere”.

Ma chi è esattamente l'uomo di Ferro?

“Un uomo normale, modesto, che incontra la donna che gli cambia la vita. Un amore che gli viene “strappato” da quattro uomini e violentato fino alla morte...Lui, che nell'inutile tentativo di difendere la sua donna, ne uccide uno, finisce in prigione e lo spettacolo è tutto basato sulla sua storia fra le sbarre, con tanto flashback di ricordi drammatici ma anche teneri”.

Ricordi brevi vista la brevità della storia d'amore.

“Brevi ma intensi. Però la cosa importante è che, in galera, l'uomo scopre cose che, da libero, probabilmente non avrebbe mai conosciuto. Riesce a costruirsi la possibilità di una vita nelle attività del carcere, dall'andare in biblioteca al giocare a pallone...E piano piano ce la fa, se non a dimenticare, almeno a elaborare il lutto”.

Un testo crudo che ci farà riflettere.

“Crudo ma, a tratti, anche leggero, nel ricordo di un amore che fa da contrappunto allo strappo terribile, che è poi il cuore dello spettacolo”.

Un dramma che sconvolge il protagonista, ma gli offre anche una dimensione diversa di vita.

“Che non gli ridarà mai la parte mancante, ma lo aiuterà a continuare, nonostante tutto”.

Con sentimenti di odio o di perdono?

“L'odio resta ed proprio è una delle parole dello spettacolo, in cui c'è anche l'illusione, c'è il ferro- che rappresenta le sbarre del carcere, le gambe del tavolo sul quale viene sbattuta la donna durante la violenza e la sbarra con cui lui cerca di fermare gli stupratori”.

Il protagonista dunque odia. Non riesce a cancellare...Cosa ne pensa di chi, invece, di fronte a una violenza compiuta su una persona cara, perdona?

“Credo che la condizione necessaria per perdonare sia la fede. Non essendo credente non so come reagirei, di fronte a una situazione così straziante...A parte il fatto che, un conto è vivere sulla propria pelle un evento, un conto è sentirlo dire. Certo, il dolore nel tempo si modifica. Io l'ho provato in un altro modo con la morte di mio padre e non l'ho mai dimenticato. Però se penso a lui oggi, lo faccio con più dolcezza rispetto al passato...Il dolore insomma non si cancella, ma si può cambiare il modo di conviverci, anche se la perdita di un genitore anziano e malato fa parte del ciclo della vita, mentre quella di un figlio, una figlia, un fratello, una sorella, un compagno o una compagna, soprattutto quando è violenta, è più crudele, meno accettabile.”

Qual è la reazione del pubblico che viene a vedere Ferro?

“Di empatia, partecipazione, emozione. E non solo da parte delle donne... Ricordo, a questo proposito, un signore che lavorava come maschera in un teatro...Al termine dello spettacolo venne sul palcoscenico e non riuscì a farmi i complimenti, tanto era emozionato; e una donna che, dopo essere venuta a salutarmi in camerino con il marito, mi disse indicandolo: “ E' riuscito a far piangere anche questo orso!”.

Denunciare la violenza dunque è ancora un mezzo importante per combatterla.

“Si. Ma dipende dal modo in cui lo si fa. Bisogna tenere alta la vigilanza, ma da lì a essere morbosi, come certa tv del dolore, è un attimo e quell'attimo, secondo me, forse è di troppo”.

I biglietti dello spettacolo sono disponibili telefonando alla segreteria organizzatrice: cell 3488512150.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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