La sanvincenzina che ha scelto Parigi
Giulia Bonanni è direttrice di una scuola: «Siamo increduli ma fieri della reazione dei francesi»
SAN VINCENZO. «Voglio di difendere la mia libertà, gridare che non ho paura, ripetere ai bambini che è importante dire ciò che si pensa e che nessuno può impedircelo, ho voglia di abbracciare i musulmani che conosco per dir loro che non ci casco, che è possibile vivere insieme». Inizia da qui il racconto della storia della sanvincenzina Giulia Bonanni, 38 anni, direttrice di una scuola alla periferia di Parigi. Iniziamo dal momento in cui, per la follia di pochi, 12 persone hanno perso la vita dentro e fuori la redazione di Charlie Hebdo.
«La paura c’è – dice Giulia –, e c’è la tristezza per la morte assurda di persone che facevano solo il loro lavoro e di gente come me che era uscita per fare la spesa. Le persone sono incredule, nauseate, ma fiere della reazione che i francesi hanno avuto domenica». Quel giorno Giulia era nella scuola che dirige. «Ero a scuola. Ho avuto informazioni ufficiali sul protocollo di allerta attentati: chiudere le porte, non fare entrare nessuno, restare calmi. Uno dei giornalisti di Charlie Hebdo uccisi viveva nel quartiere in cui si trova la mia scuola, che i suoi figli hanno frequentato qui a Montreuil, alle porte di Parigi, vicino a Vincennes e all’11º arrondissement».
Giulia, domenica, era a manifestare e a gridare: «Je suis Charlie». A Parigi vive da 13 anni, 12 dei quali trascorsi col suo compagno, attore di teatro. I due hanno un figlio, Matteo, di 5 anni. «Sono venuta a Parigi per il teatro e la cultura, dopo aver studiato al Dams di Bologna. In Francia gli artisti non lavorano tutto l’anno, ma ricevono sussidi e disoccupazione. Qui si può vivere d’arte, cosa che in Italia, specie nel teatro, è fantascienza. Il sociale è sviluppato e la vita quotidiana più semplice che in Italia. Nel mio lavoro mi occupo dei bambini scolarizzati a partire dalle 7,20 e dopo la scuola fino alle 19. Avere un figlio e lavorare è possibile. Parigi è bella da vivere, una città multirazziale e multiculturale in cui lo scambio di idee è più ricco».
È arrivata a Parigi a 25 anni Giulia. «Ho iniziato in teatro: assistente regista, regista, testi, traduzioni. Ho insegnato italiano e teatro, ho animato atelier di scrittura. Poi ho voluto un lavoro più stabile e la Regione mi ha pagato una formazione di coordinatrice culturale. Vorrei lavorare per una municipalità come coordinatrice di azioni culturali. Ma non dispero. A scuola organizziamo anche atelier pedagogici e artistici. Non è il lavoro della mia vita, ma la trasmissione della cultura e dell’amore per essa è un buon compromesso. Qui la chiamano educazione popolare: la cultura di “loisirs”».
C’è anche la Parigi del razzismo, delle periferie. «Il razzismo esiste, ma voglio continuare a credere che resti un fenomeno marginale. Le persone integrate sono migliaia. Solo una minoranza resta ai margini, ma questa minoranza esiste. Le periferie si stanno aprendo, ma la situazione di tanti è drammatica».
Andiamo a San Vincenzo, paese d’origine. «Prima di essere mamma, dopo poco cominciavo a scalpitare. Col bimbo, San Vincenzo mi sembra più vivibile, per famiglie: mare, passeggiata, bici, aperitivo, spettacolino e a nanna. Il mare è il mio vero legame col paese. Sono contenta delle ultime iniziative. Ci ho vissuto poco, sono stata sempre attratta dalla città. Esco poco, ma ho bisogno di sapere che c’è un teatro, un cinema, un museo, una libreria». Un’offerta di lavoro in Italia. Accetti? «Neanche per sogno! La Francia mi ha adottata, mio figlio è francese. In Italia ho vissuto belle cose, come gli studi: in Italia l’università, per me, è migliore. Ma è qui che mi sono costruita. Ho l’impressione che l’Italia si rifiuti di guardare avanti, di accogliere il cambiamento e l’altro, il diverso. Qui il diverso è cosa di tutti i giorni».
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