Pizzech a ruota libera spara a zero sulla cultura locale
Il regista la descrive come immobile, senza riferimenti «Incapacità della politica di immaginare un futuro»
CASTIGLIONCELLO. Tra la passione per la cultura russa e lo sguardo inedito di Mario Rigoni Stern, una nuova “Carmen” applaudita a Trapani, Alessio Pizzech, regista castiglioncellese di 42 anni, parla dei suoi progetti per il futuro e della cultura a Rosignano, dove continua a vivere pur lavorando in Italia e all’estero. Una cultura locale che secondo il regista è in bilico e che se non trova il modo di cambiare e di aprirsi all’esterno, rischia di appiattirsi e morire.
Come nasce questa scoperta della Russia?
«A luglio ho tenuto a Rieti un laboratorio con 15 ragazzi di varie parti d’Italia sullo scrittore russo contemporaneo Vja?eslav Durnenkov. “Reperti” è la storia di un paesino di campagna che diventa un museo vivente per ragioni turistiche, così le persone si trasformano in prodotti. Mi ha aperto la testa e ho iniziato a rileggere i classici russi».
A luglio è stato allestito a Carrara il tuo “Senza vincitori né vinti” da Rigoni Stern.
«Nel testo Francesco Niccolini ha mischiato le parole dello scrittore ai racconti dei reduci, facendo un lavoro potente che è prodotto dal Teatro di Buti e “Lunatica”, girerà con la Fondazione Toscana Spettacolo in inverno».
Cosa ti ha colpito di questo scrittore?
«Il suo essere una voce fuori dal coro. Stern è tornato molto volte in Russia dopo aver fatto la campagna durante la seconda guerra mondiale. Mette l’accento sul tributo dei russi contro il nazismo, cerca in queste terre le radici europee. Ci fa riflettere su un mondo che giudichiamo in modo frettoloso, visto che siamo abituati a pensare la Russia contrapposta agli Stati Uniti e la cultura occidentale, mentre possiamo avere anche l’altro punto di vista».
A cosa è dovuta questa attenzione al contemporaneo? «Al bisogno di fare meno ricerca estetica e più ricerca di senso, perché oggi, nella grande assenza di valori, chi opera nella cultura deve offrire una produzione di senso alla comunità, da condividere».
In realtà il tuo lavoro da anni di svolge per lo più fuori da qui.
«Ogni volta che torno mi chiedo quali ragioni ho, oltre la famiglia. Perché ho costruito qui 15 anni del mio percorso e i miei legami culturali, ho sperimentato come il teatro cambia le persone. Quando mi trovo a Oslo o a Beirut ripenso alla forza che mi ha dato e che da adulto vorrei restituire».
Come vedi oggi questo territorio culturalmente?
«È fermo. Nel teatro è stato all’avanguardia e come altri rischia una battuta di arresto. La spinta ideale si è arrestata, anche per le difficoltà contingenti, ma anche per l’incapacità della politica di immaginare un futuro. Il paesaggio umano cambia, la politica dovrebbe registrare il mutamento e indirizzare verso nuove direzioni».
Cosa proponi di fare?
«I modelli culturali e di sviluppo sono da cambiare. Occorre ritrovare le persone e i legami con realtà fuori del territorio. Figure come Mastroianni sono state un’opportunità perché portavano qui qualcosa da fuori, favorivano un’entropia che si è persa. La politica dovrebbe avere uno sguardo ampio ma anche ascoltare le persone nei loro bisogni, altrimenti il sistema culturale muore».
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