Il Tirreno

Si allunga il soggiorno dei 29 profughi senegalesi

Dovevano lasciare l’hotel Saint Vincent entro il 30 giugno ma resteranno ancora L’assemblea all’Arci e il racconto di Iussuf: «Prezzi incredibili per sopravvivere»

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CASTIGLIONCELLO. Provengono da Casamance, estremo sud del Senegal, i 29 immigrati giunti l’8 di maggio a Castiglioncello. Fuggono da una guerra d’indipendenza che dura da oltre trent’anni e che ha mietuto migliaia di civili. Lunedì sera, nel parco della Bocciofila di Rosignano Solvay, in quella pineta che li ha accolti il primo giorno del loro arrivo, i 29 senegalesi hanno incontrato i cittadini. Dovevano ripartire da Castiglioncello il 30 giugno ma, le lungaggini burocratiche per ottenere i documenti, come troppo spesso accade, hanno dilatato i tempi. Per questo il loro soggiorno, all’hotel Saint Vincent, si prolungherà ancora. Per quanto tempo, non è dato sapersi. Un’incertezza che rende difficile programmare un inserimento anche perché, molti di loro, vorrebbero ricongiungersi con parenti che abitano in altri Paesi Europei.

Un incontro, quello di lunedì, voluto dall’Arci della Bassa Val di Cecina in occasione della giornata del rifugiato, alla presenza di don Francesco Fiordaliso, dell’assessore al sociale Daniele Donati, del presidente dell’Arci Regionale Gianluca Mengozzi, di Simone Ferretti responsabile Arci per l’immigrazione e Claudia Franconi presidente Arci di zona che ha seguito il gruppo dal loro arrivo. E’ toccato al ventitreenne Iussuf parlare. Rigorosamente in francese, lingua coloniale, foglio alla mano, avvicina la bocca al microfono gracchiante. Accanto, un traduttore di fortuna; anche lui un giovane fuggito dal Senegal ma che vive da un po’ di tempo in Italia.

“Vi ringrazio – dice Iussuf – perché nonostante tutte le cose importanti che avete da fare, questa sera siete qui ad ascoltare la nostra storia”. Una storia che parla di guerra, di bande ribelli che costringono i bambini ad imbracciare le armi altrimenti le madri vengono perseguitate, di squadre che aggrediscono giorno e notte. Un conflitto armato che dura da oltre trent’anni e che ha come obiettivo l’indipendenza della Regione rispetto al Governo centrale. Una situazione poco conosciuta ma che sta costringendo migliaia di persone a fuggire dal Paese alla ricerca di una vita migliore per sé e per i propri figli.

“Il primo problema – racconta Iussuf – sono i soldi. Una cifra che dovrebbe essere calcolata rispetto al numero di giorni che occorrono per arrivare in Europa”. Il viaggio è lungo: Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger fino ad arrivare in Libia. Ad ogni frontiera c’è ancora da ripagare. Cinquemila, diecimila ma anche quindicimila franchi, racconta Iussuf “altrimenti vieni rimandato indietro”.

Ma non basta. Passata la frontiera c’è ancora da ripagare. “stavolta gli autisti che sempre aumentano il prezzo del viaggio”. Il cammino, via via, si interrompe. I soldi finiscono “e bisogna lavorare per ritrovare la cifra necessaria per riprendere il cammino”. “In Libia – dice Iussuf – abbiamo visto il peggio. Siamo stati attaccati, derubati, abbiamo lavorato ma non siamo stati pagati. Ognuno di noi ha fatto almeno tre mesi di carcere. Solo con i soldi abbiamo riacquistato la nostra libertà”.

Ringrazia Iussuf per l’accoglienza ricevuta in Italia “che per noi è l’America. Noi siamo qua per un aiuto – termina – siamo contenti di far parte di questa società con la consapevolezza che abbiamo obblighi, doveri e diritti”.

Il silenzio che circonda il piccolo parco dopo la testimonianza di Iussuf, viene interrotto dalle grida di un senza tetto italiano che, accovacciato con i propri cani, reclama anche lui il diritto ad essere accolto, ad avere un lavoro, ad essere aiutato. Don Francesco ringrazia e parla di coraggio di tanti giovani che lasciano le proprie famiglie alla ricerca di un posto migliore dove vivere: “il problema dell’accoglienza – dice – non è solo essere razzisti o meno, è un problema culturale. Troppe le informazioni sbagliate che circolano alimentando un clima di sospetto e sfiducia. Dobbiamo lavorare per un mondo migliore dove “l’altro” è un’opportunità e mai un ostacolo”.

Alessandra Bernardeschi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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