Il Tirreno

L’imprenditore vuole riassumere, le scartoffie lo rallentano

L’imprenditore vuole riassumere, le scartoffie lo rallentano

Sergio Salvi, titolare della St Scale, licenziò 10 operai tre anni fa per la crisi, ora li vuole riassumere ma la burocrazia lo rallenta troppo

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La sua è una storia in controtendenza. Sergio Salvi, titolare della “St scale” a Palazzi, quartiere industriale di Cecina. L’uomo è titolare di una ditta che da ventisette anni costruisce scale in tutta Italia e fino a tre anni fa aveva trenta dipendenti. «Poi - dice Salvi - è arrivata la crisi e ne ho dovuti mandare via una decina». Da ex falegname abituato a tagliare il legno in un battito d’ali Sergio Salvi si trasforma in un tagliatore di teste. «Il calo degli ordini dovuto alle difficoltà del comparto edile – dice – mi ha obbligato a licenziare parte del personale. In un paio d’anni il fatturato è sceso da sei a quattro milioni. Sono stato costretto. Ne ho sofferto molto ed è stato un compito difficile soprattutto in un’azienda medio piccola, a conduzione familiare».

Poi succede che a volte la ruota gira e gli ordini dei clienti ripartano. «Grazie alle offerte e agli sconti proposti – racconta Salvi – le commesse sono tornate a crescere lentamente. Allora, ho pensato ai ragazzi che avevo licenziato; prendo il telefono ne chiamo uno e lo convoco in sede. Il giorno dopo gli comunico che avrei potuto riassumerlo, anche se a tempo. Lo vedo sorridere e dentro di me il cuore batte veloce; forse sono più contento di lui». Sembrerebbe l’happy end perfetto. Se non fosse che l’indomani l’operaio si debba presentare al centro per l’impiego. Arrivato davanti alla l’ufficio scopre che in quel giorno lavora solo su appuntamento. E deve rimandare.

«Poi ci spiegano che per la visita medica di rito serviranno almeno altri cinque giorni», continua Salvi. Alla fine del ping-pong passa oltre una settimana per riavere il lavoratore in organico. «Ma gli ordini vanno chiusi a breve – continua l’imprenditore – e l’azienda, a causa dei probabili ritardi, rischia di perdere la credibilità davanti ai nuovi clienti. E poi il ragazzo perde una settimana di lavoro, una miniera d’oro per un disoccupato. «Questo è il nostro “più bel paese” – dice Salvi – che ci ostacola anche quando vogliamo rialzarci».

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